sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Errico Novi


Il Dubbio, 12 febbraio 2021

 

Ci sono due frasi che possono fare la differenza sulla giustizia. Una è di Rita Bernardini. Ieri la dirigente radicale, in un'intervista al Dubbio, ha detto di essersi "commossa" quando ha scorso l'appello rivoltole da decine di parlamentari affinché interrompesse lo sciopero della fame. Soprattutto quando ha letto il nome del primo firmatario: Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia e, soprattutto deputato del Movimento 5 Stelle. Trovarlo dalla parte di chi, come Bernardini, si batte per riportare la dignità nelle carceri anche con misure che ne deflazionino gli ingressi, è in effetti sorprendente.

L'altra frase chiave è di Matteo Salvini. "Penso che su alcuni temi caldi come tasse, giustizia, garantismo, in Parlamento ci sarà una maggioranza più orientata al centrodestra, perché", ha detto il leader della Lega ieri sera a "Porta a porta", "se al centrodestra attuale sommi alcune forze che attualmente sono dall'altra parte e che su quei temi la pensano come noi, siamo maggioranza". Salvini dice che i garantisti stanno soprattutto a destra, e che nella scomparsa alleanza del Conte bis si trovano avamposti.

Ma è davvero così? Perantoni è un avvocato penalista di Sassari. Persino in Italia viva, forza che punta a mettere il suo partito in minoranza proprio nella commissione da lui presieduta, gli si riconosce correttezza, disponibilità al confronto, sui nodi della giustizia penale, pur a fronte di alcune posizioni rigide, come sulla prescrizione. Ma Perantoni non è un caso isolato nei Cinque Stelle. Una linea trasversale, assai meno connotata in senso "general- preventivo" rispetto per esempio a Nicola Morra, esiste. E soprattutto si farà vedere sul carcere. Un po' perché si tratta di un impegno assunto col Pd, nelle ore convulse in cui si è tentato di far nascere il Conte ter. Un po' perché lo stesso Alfonso Bonafde si è trovato ad affermare i principi della Costituzione, dell'articolo 27, contro una variegata schiera di ultra- rigoristi. Soprattutto all'epoca delle prime misure anti Covid introdotte per il sistema penitenziario, quando Nino Di Matteo guidò l'attacco a via Arenula per il presunto cedimento dei domiciliari concessi a detenuti di mafia. Liberi dalla responsabilità del ministero della Giustizia, non è escluso che segmenti Cinque Stelle si trovino in realtà su un lato della barricata diverso da quello nel quale sembra relegarli Salvini. E anzi, sarà il Capitano leghista a essere in difficoltà per l'intransigenza, su umanità della pena e deflazione delle carceri, esibita da Fratelli d'Italia, comodamente appostata all'opposizione.

A proposito: due giorni fa proprio Giorgia Meloni ha accusato ancora Bonafede per aver prorogato al 30 aprile i domiciliari anti Covid, cioè le misure introdotte dal primo lockdown per ridurre l'affollamento negli istituti, e giudicate del tutto insufficienti da Bernardini. A rintuzzare la leader della destra è stato proprio Perantoni.

Che le ha ricordato sì l'esclusione, da quei provvedimenti, dei detenuti per i reati più gravi. Ma anche che la norma sui domiciliari (con braccialetto, quasi mai disponibile) è stata approvata "per far fronte all'emergenza sanitaria anche all'interno delle carceri: o Meloni pensa che non sia importante?", si è chiesto. Vediamo se davvero il carcere vedrà i solati i 5S. O se non sarà piuttosto il cul de sac del presunto garantista Salvini.