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di Cristina Piccino

Il Manifesto, 5 settembre 2025

Il film “Elisa”, di Leonardo Di Costanzo, è un dramma sulla colpa e sulla possibilità di una redenzione. I titoli di coda ci dicono che “Elisa”, il nuovo film di Leonardo Di Costanzo presentato in concorso a Venezia - da oggi in sala - è “liberamente” ispirato a “Io volevo ucciderla” (Raffaello Cortina Editore), il libro dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, un’indagine sulla violenza che prova a rispondere sostanzialmente a una domanda: che senso ha cercare le ragioni di un gesto violento al di là di quanto esso afferma?

A partire da qui Di Costanzo - che ha scritto la sceneggiatura insieme a Valia Santella e Bruno Oliviero - costruisce una nuova esplorazione in quella soglia (filmica) fra la parola e la sua messinscena affidata come nei precedenti film - L’intrusa; Ariaferma anche se per la prima volta non siamo in una realtà campana - al campo/controcampo fra due personaggi.

Da una parte c’è Elisa, ha ucciso la sorella dimenticando il suo crimine, dall’altra c’è il professore Alaoui, un criminologo che cerca di ricomporre l’amnesia della rimozione - vera o presunta - di chi ha commesso un reato in un’assunzione di responsabilità. Che significa riconoscere di avere ucciso e insieme alla rabbia, a quella violenza che hanno condotto fin lì anche le sue ragioni, ciò che è parte di un movimento più complesso. Dal piano strettamente giudiziario dunque ci si sposta a una dimensione etica che in quell’azione interroga i sistemi collettivi siano essi la famiglia o una certa struttura sociale senza per questo negare la volontà del gesto.

Siamo in Svizzera, nel carcere modello dove la donna è rinchiusa è come se avesse finalmente trovato un rifugio dal mondo, o alla propria inadeguatezza dell’abitarlo. La vita è ordinata nella ripetizione, quasi un rito quotidiano: la visita del padre due volte alla settimana, il lavoro, il coro, il cibo, il sonno, le passeggiate. Non ci sono manette o celle sovraffollate ma piccoli chalet a due in mezzo a un bosco bianco di neve, a suggerire lo stato di detenzione sono le telecamere di sorveglianza, la rete che interrompe le passeggiate deviandone il tragitto, le guardie pure loro discrete - anzi con una c’è persino un tocco romance nello stupore che prova di fronte a quella donna come gli appare e invece quanto dicono i giornali di lei.

Gli incontri con il professore però destabilizzano Elisa come le sue domande e la sua voce pacata, che le lascia piena di libertà di risposta, e la conducono a guardare di nuovo tra i frammenti di sé stessa, in particolare nel rapporto famigliare dove sembra nascondersi il grumo che ha inghiottito la sua vita. Bambina come dirà non voluta dalla madre che aveva già altri due figli e 45 anni quando lei è nata - come aveva sentito dirle una volta alle amiche. Amatissima invece dal padre, lontana da quella sorella che era andata via presto dalla famiglia, un’indipendenza che non le aveva tolto l’amore materno né l’aveva privata almeno in superficie della stima famigliare.

Mentre lei rimasta lì si sentiva rifiutata. Era anche per questo che la odiava? O forse perché desiderava essere riconosciuta dal padre, dal fratello, senza capire che l’avevano caricata di pesi assurdi - l’azienda di famiglia per sottrarsene a loro volta. Gelosie, tradimenti, fantasmi. E poi; il teatro famigliare è ciò che appare o quanto si impara subito a rappresentarci nella nostra testa? L’ansia del fallimento quasi come un brutto vuoto a scuola. Una vita che non riconosceva, che non è stata la sua scelta, che non le apparteneva. Quella piccola città e l’indifferenza materna. L’essere vista come una bugiarda: ho imparato presto a non essere creduta. Può bastare a uccidere, a desiderare di farlo fino a renderlo reale?

Di Costanzo compone la sua narrazione sulla soglia fra il “fuori” - che non vedremo quasi mai se non in un paesaggio distante, dall’alto del drone, il “dentro” che appartiene solo a Elisa, è il suo quotidiano scandito nella ripetizione. E lo spazio comune fra i due personaggi, la stanza bella, accogliente, dove avvengono le loro conversazioni. E questa nuova scommessa di regia inizia proprio dagli attori protagonisti, Barbara Ronchi e Roschdy Zem, nel loro corpo a corpo raffreddato come la neve che ghiaccia il luogo, i cui sussulti, tensioni, dolori, emozioni vivono nel gesto trattenuto, in una recitazione che è quasi un thriller emozionale senza mai toni di esibizione retorica - insieme a loro Diego Ribon e Valeria Golino.

Cosa è allora Elisa? Un racconto morale che ci interroga nelle nostre convinzioni, fra un prologo e un epilogo - prima del finale forse quest’ultimo meno necessario - su una trasformazione dell’esperienza, anche la più atroce, che è il passaggio necessario per poter andare avanti, non nella “punizione” o nella rimozione ma come lavoro in profondità, pure se faticoso e pieno di spavento. Vale per la dimensione privata e per quella collettiva. E si misura, come le questioni che pone con le sue immagini. Di Costanzo accetta la scommessa che dichiara il prologo del professore: perché dare voce a chi ha commesso un delitto? In una forma essenziale il suo sguardo cerca il dettaglio, va avanti e indietro nel tempo, lavora sugli equilibri e le rotture invisibili, libera epifanie e improvvisi passi indietro - “perché ha scelto di fare questo” chiede la donna al professore - per svelare ciò che è nella sua protagonista senza timore di verità, affidandosi al cinema e alla sua costante invenzione.