di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 31 luglio 2021
Sono 41 anni che, tra false piste e notizie manipolate, sollevano un gran polverone per annebbiare la percezione del contesto di potere che si mosse intorno al massacro del 2 agosto 1980. Il nuovo processo per la strage di Bologna sta svelando al pubblico una sorta di "ritratto di Dorian Gray" della Repubblica, a lungo confinato in soffitta, in cui si scorgono i tratti deformati e corrotti di una storia finora solo parzialmente svelata, in particolare i meccanismi e le dinamiche del potere occulto e gli intrecci tra storia politica e criminale del Paese. Perché Bologna vuol dire terrorismo nero e anche P2. In aula non c'è solo Bellini, neofascista e killer di 'ndrangheta, oggi imputato principale per concorso in strage. Gelli, già condannato per i depistaggi consumati tramite i servizi segreti, è oggi sotto scrutinio come mandante e finanziatore della strage.
Lo scoperchiamento della P2 nel 1981 non ha segnato la fine dell'influenza pervasiva di quel sistema di potere, occulto e ramificato. A prescindere dai profili penali, davanti alla Corte d'Assise bolognese riemerge un clima di ricatti, reticenze, leggerezze e favoritismi caratteristico dell'anatomia del potere italiano. Il tutto a partire dal "documento Bologna", un appunto di Gelli con bonifici effettuati prima e dopo il 2 agosto 80, rintracciato in forma integrale agli atti del processo per il crac dell'Ambrosiano solo in anni recenti.
Da mesi la Corte rincorre invano il factotum finanziario di Gelli, Marco Ceruti, per interrogarlo su questi bonifici: forse l'hanno individuato in Brasile. Seguendo il denaro, la procura ha riscoperto il "mediatore d'affari" Giorgio Di Nunzio, che incassava bonifici di Gelli in Svizzera riportando i denari in Italia. In aula, il figlio Roberto descrive il "contesto di potere" in cui si muoveva il padre, l'auto blindata con la scorta, sebbene non avesse incarichi istituzionali, le frequentazioni con politici e militari, boss della Magliana e cardinali, il potente Federico Umberto D'Amato e il senatore missino affiliato P2 Mario Tedeschi, questi ultimi, secondo l'accusa, pagati da Gelli per collaborare al depistaggio della strage. Muore nell'81 e, in camera ardente, rammenta il figlio, si parla di far sparire i documenti del suo ufficio privato.
Il "documento Bologna" fa parte degli appunti sequestrati a Gelli nel 1982, al momento dell'arresto a Ginevra. Scottano al punto che nell'ottobre 1987 (poco dopo che Gelli, evaso dalle carceri svizzere, si è costituito) il suo difensore, Fabio Dean, incontra Umberto Pierantoni, direttore dell'ex Ufficio Affari riservati del Viminale. Gelli, dice il legale potrebbe "avallare o meno, sulla base del come gli verranno poste le domande stesse". Chiede il coinvolgimento del ministro dell'Interno e minaccia: se lo costringono "a tirare fuori gli artigli, allora [...] li tirerà fuori tutti". Con un appunto riservatissimo, gestito al di fuori del circuito archivistico ufficiale, il capo della polizia Parisi comunicava tutto al ministro Fanfani. Quanti imputati beneficiano di un simile trattamento?
Prima che una "manina" facesse sparire l'intestazione "Bologna" dalla famigerata nota (riducendola alla forma mutila trasmessa agli atti della prima inchiesta sulla strage), quell'intestazione, insieme al resto del documento, era riprodotta, ben chiara, in un lungo rapporto investigativo della Guardia di Finanza, consegnato ai giudici istruttori che indagavano sul crac dell'Ambrosiano (illustrato con tanto di slide al nuovo processo). Non era chiaro cosa volesse dire "Bologna", precisava il rapporto. Eppure l'allora giudice Bricchetti (oggi presidente di sezione in Cassazione) e il collega Pizzi (defunto), interrogando Gelli nel maggio 1988, non glielo chiedono. Bricchetti, in aula, si rammenta di Gelli "nella nostra stanza" (presumibilmente nell'ufficio istruzione): "Ci fu un primo interrogatorio in cui secondo me [...] venne a sondare il terreno con il suo avvocato a capire che tipo di domande potessero essere fatte".
Le molte testimonianze sul defunto prefetto D'Amato, poi, confermano l'esistenza di gerarchie di potere che prescindevano dagli incarichi ufficiali, un potere che si nutre di ricatti. Sono 41 anni che, tra false piste e notizie manipolate, sollevano un gran polverone per annebbiare la percezione del contesto di potere che si mosse intorno al massacro del 2 agosto '80. Non facciamoci più distrarre.











