di Michele Brambilla
Il Secolo XIX, 10 ottobre 2024
Suor Cesarina è una religiosa di 88 anni che dedica l’esistenza ai derelitti, fra i quali vanno considerati - anche se qualcuno storcerà il naso - pure i carcerati. Mentre entrava a Marassi, suor Cesarina è stata fermata perché si è scoperto che all’interno di un peluche che stava portando a un detenuto c’era un piccolo smartphone, e come tutti forse sapranno è vietato introdurre nelle carceri oggetti che possono permettere di comunicare all’esterno. La suora, che è stata denunciata, assicura di essere in buona fede: “Una parente del detenuto mi aveva chiesto di portare il peluche, non sapevo che cosa ci fosse dentro”, ha detto, e tendiamo a crederle perché Gesù dice “ero carcerato e siete venuti a farmi visita”, non “ero carcerato e siete venuti a portarmi un cellulare”. Comunque la notizia ci dà l’occasione di parlare di una cosa che non frega niente a nessuno: le carceri.
I politici le ignorano, perché non portano voti. E anche tutti noi ci disinteressiamo perché pensiamo che il problema non ci riguardi. E così le nostre carceri sono fra le peggiori al mondo: sovraffollate di gente che marcisce in cella 22 ore al giorno (sono due le ore d’aria) a non far niente. Condizioni che non solo sono contrarie alla Costituzione e a un minimo senso di umanità, ma anche al quieto vivere di noi che stiamo fuori, perché il detenuto così si incattivisce, si convince di essere vittima e non colpevole, e quando esce, evitato da tutti, torna a delinquere.
Nelle pochissime carceri in cui si è concesso ad alcune imprese di portare i propri reparti di produzione, i detenuti - assunti in regola - pagano le tasse, mandano i soldi a casa, si sentono utili e quando escono hanno un lavoro. I dati confermano che la recidiva di chi esce dal carcere scende così da un 70 per cento ufficiale (ma 98-99 reale, perché molti reati non vengono scoperti) all’1 o 2 per cento. Buttare via la chiave serve solo a riempire ancora di più le carceri e a incrementare la spirale di odio e risentimento. E quindi anche se non abbiamo il cuore di suor Cesarina, fosse anche solo per la nostra “sicurezza”, dovremmo capire che il dramma dei carcerati è un dramma che ci riguarda.











