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di Simona Musco

Il Dubbio, 1 dicembre 2025

Il caso dei bambini nel bosco ha risvegliato l’attenzione pubblica sul benessere dei minori. Ma non tutti i minori sono uguali: quando si tratta di quelli negli istituti di pena, ad esempio, che rimangono impigliati nelle maglie della giustizia - per un errore o per difficoltà personali - questa attenzione sembra svanire. Eppure, questo vuol dire rinunciare a quei ragazzi forse per sempre. “Le carceri minorili oggi sono luoghi che non hanno alcuna speranza di recuperare nessuno”, dice al Dubbio Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, da trent’anni impegnata nella promozione dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario. E la giustizia minorile, dice, è al tracollo: sovraffollamento, mancanza di attività, ragazzi imbottiti di psicofarmaci e un sistema che ha perso rapidamente la sua vocazione educativa. Un cambiamento culturale e politico che, secondo Marietti, sta trasformando i minori da soggetti da proteggere a nuovi “nemici” da punire, cancellando il principio del superiore interesse del minore.

È possibile pensare che un minore che commette un reato debba essere lasciato in quella che sembra una discarica sociale, senza un vero percorso di recupero, quando proprio per i minori tale percorso potrebbe essere più semplice?

Antigone ha acceso molti riflettori sulle vicende della giustizia penale minorile. Se ne è scritto molto, perché negli ultimi due anni la giustizia minorile - e le carceri minorili, che ne fanno parte - hanno subito un forte tracollo. È un sistema che ha perso completamente quella valenza educativa che era nelle sue premesse fin dall’entrata in vigore del codice di procedura penale minorile del 1988. Questo non significa che allora fosse auspicabile che i ragazzi entrassero nel circuito penale, sia chiaro. Credo però che le politiche da mettere in campo - verso tutti, e a maggior ragione verso i minorenni debbano essere politiche sociali, preventive, centrate sulla presa in carico della persona sotto molti aspetti, non solo interventi repressivi quando il danno è fatto. All’epoca, pur con i suoi limiti, il sistema si preoccupava di garantire al ragazzo un recupero sociale a tutti i costi. Prima ancora del potere punitivo dello Stato, veniva, come ci ricorda anche la Corte costituzionale, il superiore interesse del minore. Oggi questo principio si è perso rapidamente. Il minore che entra nel circuito penale, soprattutto se entra in carcere, si ritrova in luoghi che, salvo rare eccezioni, non hanno alcuna possibilità reale di recuperare nessuno. Le carceri minorili, in questo momento, sono luoghi dove le speranze si riducono drasticamente.

Un tempo però si parlava delle carceri minorili italiane come modelli in Europa. Com’è avvenuta questa inversione, in un Paese che pure aveva fatto passi da gigante?

È difficile riassumerlo in poche parole, ma il cambiamento culturale è stato netto, e si è concretizzato soprattutto con l’attuale governo. Dopo episodi tragici come quelli del parco di Caivano, che tutti ricordiamo, si è scelta una reazione punitiva ed emergenziale: il cosiddetto decreto Caivano, promulgato invocando un’emergenza di criminalità minorile che, nei numeri, non esisteva. Nel 2023, proprio l’anno di Caivano, le denunce a carico di minori erano diminuite di oltre il 4 per cento.

Non c’era alcuna emergenza. Eppure i minori sono diventati la nuova frontiera del “nemico da combattere”...

Il decreto ha allargato l’uso della custodia cautelare, aumentato pene, modificato la messa alla prova, introdotto norme più dure: tutto ciò ha accelerato l’ingresso dei ragazzi nel circuito penale. Ma soprattutto ha generato un cambiamento culturale. Quel sistema era stato costruito sull’idea che dovesse adeguarsi alle esigenze del ragazzo, che non si dovesse rinunciare a nessuno. Oggi il messaggio è opposto: se sbagliano, sono delinquenti come gli adulti e devono essere trattati con la stessa durezza.

Si discute anche, spesso con slogan politici, della necessità di abbassare l’età della punibilità, nonostante molti studi che spiegano perché fino a una certa età non si è imputabili. Cosa comporterebbe questo, in un contesto già così fragile?

In molti paesi l’età dell’imputabilità arriva persino a sette anni. Abbassarla significherebbe avvicinarci a sistemi in cui la civiltà giuridica arretra, non avanza. Ogni volta che un fatto di cronaca coinvolge minori, torna questo ritornello. Finora il sistema ha sempre resistito, soprattutto grazie ai magistrati minorili, che hanno fatto muro. Ma con l’attuale clima politico orientato all’ordine e alla sicurezza, chissà: potrebbe diventare realtà anche questa scelta che io considero un’ignominia.

Voi come associazione visitate spesso le carceri. Com’era la situazione prima, e cosa vedete oggi? Quali difficoltà vi vengono riportate dai ragazzi?

Intanto, in passato i numeri erano più bassi e non avevamo mai visto sovraffollamento nelle carceri minorili. Oggi, per la prima volta, troviamo materassi per terra o letti che occupano interamente le stanze. C’era un’attenzione maggiore al singolo ragazzo: direttori e operatori conoscevano tutti per nome, chiedevano dei percorsi, della scuola, della famiglia. Oggi vediamo attività ridotte, volontari lasciati fuori sempre più spesso. Ci dicono: “Oggi non si entra, c’è tensione”. Le attività si chiudono una dopo l’altra. Ragazzi che passano l’intera giornata in cella, con meno ore d’aria del minimo previsto. Ho visto personalmente celle sovraffollate e sporche oltre ogni limite di decenza, ragazzi lasciati a se stessi e spesso imbottiti di psicofarmaci, il modo più facile per tenerli tranquilli. Non ovunque e non in tutti gli Ipm, non voglio generalizzare, ma queste situazioni esistono.

E i ragazzi, cosa vi dicono? Cosa chiedono? Cosa potrebbe migliorare la loro condizione?

Molti - circa la metà - sono minori stranieri non accompagnati, che hanno vissuto per anni per strada. L’Italia non è stata capace di accoglierli in modo dignitoso. Dopo anni così, è inevitabile che qualcuno finisca in carcere. Molti hanno dipendenze da droghe a basso costo, come Rivotril o Lyrica, psicofarmaci che circolano nelle strade. Non hanno un’idea strutturata di futuro: sono arrivati sperando in una vita migliore che il nostro Paese non ha dato. Non puoi chiedere a un quindicenne un progetto di vita: dovremmo essere noi a costruirglielo. E invece li ripaghiamo così: arrivano in Italia e finiamo per metterli in galera.

Molti operatori dicono che il problema è che i ragazzi non vengono ascoltati. Come si può migliorare, in un sistema basato soprattutto su sicurezza e punizione?

Servono soldi. Molti soldi. Devono essere spesi per le persone: per le comunità educative, che oggi sono sottofinanziate e non possono accogliere i ragazzi più difficili. Così finiscono per “selezionare” i minori più gestibili, mentre quelli dell’area penale vengono spostati da una regione all’altra, sradicati continuamente. Serve un piano strutturato di misure di comunità, investimenti, impegno serio. Le strade ci sono: bisogna volerle percorrere.

E sul piano culturale? Come tornare ad essere un Paese capace di ascoltare il vissuto dei ragazzi?

Per ottenere consenso facile, si crea un nemico. Si racconta che la colpa dei nostri mali è dei ragazzi per strada, della microcriminalità, delle baby gang. Così si alimentano rancore e voglia di vendetta. È ovvio che poi non ci sia solidarietà. Se invece dicessimo la verità, cioè che non esiste alcuna emergenza criminalità minorile, e che i nostri problemi dipendono da altri fattori, si potrebbe restituire un altro sentimento alle persone. E ricordare che questi sono ragazzi da aiutare, non da schiacciare.