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di Franco Zantonelli


La Repubblica, 18 maggio 2021

 

Sinistra, liberal e Ong lanciano un referendum per tentate di abolirla. Per Leandra Bias, docente di Scienze Politiche a Basilea, "è la più dura in tutto l'Occidente". Spedire ai domiciliari anche i giovanissimi, per prevenire attentati. È una delle peculiarità della nuova legge anti-terrorismo, approvata nel settembre scorso dal Parlamento svizzero, che ha così dato il via libera, grazie all'appoggio dei partiti di destra e di centro, a una serie di misure volute dal Governo federale. I partiti della sinistra, diversi esponenti liberal e molte Ong, tuttavia non ci stanno e hanno così raccolto oltre 142 mila firme per indire un referendum, che si terrà il 13 giugno, ritenendo le nuove disposizioni profondamente illiberali.

Contro la nuova legge è insorto, pure, l'Alto Commissariato dell'Onu per i Diritti Umani, ritenendo che "darebbe adito a privazioni arbitrarie della libertà". Quanto ai fautori, ritengono che gli strumenti attualmente utilizzati, in Svizzera, per agire contro le persone che rappresentano una minaccia siano insufficienti.

La nuova legge, a loro parere, colma le lacune della strategia nazionale contro il terrorismo, permettendo alla polizia di prendere provvedimenti, compresi i controlli sugli account delle reti sociali e della messaggistica telefonica, non appena vi siano indizi concreti che qualcuno commetterà un atto terroristico.

È indubbio che nella prevenzione del terrorismo islamico, ma anche nella lotta alla criminalità organizzata, la Svizzera abbia dimostrato finora notevoli ritardi. Il che non ha impedito alla professoressa Leandra Bias, della facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Basilea, di definire la nuova legge "la più dura dell'intero Occidente". Non tanto distante, per intenderci, dall'Usa Patrioct Act, adottato dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. Basti pensare che, a sentire gli oppositori ma anche le Nazioni Unite, essa viola addirittura i diritti dell'infanzia, prevedendo provvedimenti restrittivi, quali gli arresti domiciliari, a partire dai 12 anni di età, considerando quindi bambini e adolescenti dei potenziali terroristi.

"Basta un like di un adolescente curioso o sbadato a un messaggio radicale o fondamentalista, per farlo finire nei guai", tuona l'ex-Pubblico Ministero di Lugano, Paolo Bernasconi, che si sta mobilitando per il "no" alla nuova legge. Bernasconi, ricorda, poi che "l'Italia ha sconfitto le Brigate Rosse e il terrorismo armato degli Anni di Piombo, senza questi poteri di polizia". Contestazioni respinte dalla ministra di Giustizia e Polizia, Karin Keller Sutter, secondo cui la Svizzera altro non ha fatto che adottare delle "misure preventive per evitare che un atto terroristico venga posto in essere".