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di Elton Kalica*

Il Riformista, 3 maggio 2025

Negli ultimi mesi il Decreto Legge Sicurezza non solo ha suscitato critiche e preoccupazioni dal punto di vista sociale, ma ha anche mobilitato ampie fasce della società, convergendo su un fronte unitario di critica e resistenza. Un punto particolarmente preoccupante è costituito dalle disposizioni che mirano a criminalizzare le forme di dissenso all’interno delle carceri e dei centri di permanenza per i migranti, realtà già segnate da tensioni, conflitti e profonde diseguaglianze. Si tratta di luoghi che alimentano rabbia e reazioni, ambienti che in passato mi hanno visto per anni direttamente coinvolto come detenuto e che oggi continuo a frequentare in veste di ricercatore e volontario.

È opportuno osservare, tuttavia, che l’intervento normativo in questione sembra suscitare sentimenti contrastanti tra coloro che vivono reclusi. Da un lato non ha suscitato grande allarme. Questo perché il carcere è strutturato per neutralizzare la capacità di critica e di resistenza. Laddove esistono margini di negoziazione tra detenuti e agenti, essi si configurano per lo più come dinamiche informali incentrate su piccoli favori o concessioni, funzionali alla preservazione dell’ordine interno.

Le azioni collettive rappresentano episodi sporadici, per lo più scaturiti da situazioni eccezionali. Di conseguenza, l’introduzione di nuove fattispecie di reato di rivolta all’interno delle carceri e nei CPR è stata accolta con rassegnazione. Simile disincanto si registra anche rispetto alla nuova incriminazione di resistenza passiva: la mera disobbedienza agli ordini degli agenti è una prospettiva remota per buona parte dei detenuti, considerando che il rifiuto di obbedire comporta, in primo luogo, l’intervento di una squadra autorizzata all’uso della forza, seguito dall’irrogazione di una sanzione disciplinare consistente nell’isolamento e nella perdita di 45 giorni di liberazione anticipata. Contemporaneamente, la direzione può procedere con una denuncia per interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.), reato punito con la reclusione fino a un anno, oppure, se vi è opposizione attiva all’intervento degli agenti, con una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.), sanzionata con pene comprese tra sei mesi e cinque anni di reclusione.

La presenza di tali dispositivi repressivi spiega l’accoglienza cinica con cui è stato recepito il nuovo reato di rivolta, anche in forma passiva: tra i detenuti si sente spesso dire “ma c’era anche prima, cambia solo il titolo del reato”. Tuttavia, esiste un timore più sottile ma concreto: che queste nuove norme colpiscano in particolare i detenuti più poveri e vulnerabili. Gli istituti di pena operano in regime di cronica scarsità di spazi, risorse, attività e personale. Questa situazione costringe i detenuti a un’interazione costante con il personale di custodia per l’ottenimento di beni e servizi essenziali: per esempio, l’accesso ai generi di pulizia è mediato dall’ufficio magazzino gestito da agenti. Analogamente, la corrispondenza, le telefonate, i colloqui con i familiari e persino l’accesso alle cure sanitarie sono filtrati dalla mediazione degli agenti penitenziari. La possibilità di instaurare una relazione di comunicazione efficace con il personale risulta dunque un elemento strategico.

Chi dispone di risorse culturali ed economiche è più autonomo; al contrario, chi non è in grado di comprendere la lingua o usare abilmente i meccanismi burocratici risulta maggiormente vulnerabile a risposte negative, spesso percepite come arbitrarie o ingiustificate. Entrato in carcere all’età di vent’anni, nonché straniero, ricordo ancora la sofferenza che derivava dall’incapacità comunicativa, dalla povertà e dall’assenza di sostegno esterno. Di fronte alla quotidiana gestione burocratica improntata a negligenze, rigidità e omissioni, per molti detenuti farsi del male si rivelava l’unico modo per costringere l’istituzione ad ascoltare un bisogno. Tagliarsi infatti attiva protocolli di primo soccorso e procedimenti disciplinari che diventano occasioni d’incontro con la direzione, offrendo così alla persona detenuta l’opportunità di esprimere le proprie motivazioni, nella speranza di ottenere almeno parziali risposte alle proprie esigenze. È in tale contesto che molti detenuti avvertono nel nuovo Decreto Legge la volontà di criminalizzare specialmente questa forma di dissenso. Si vuole sostanzialmente punire penalmente coloro che, privi di risorse economiche, protestano per l’impossibilità di effettuare una telefonata, di inviare una lettera, di acquistare beni di prima necessità.

Più che il dissenso si punisce il tentativo di sopravvivenza; più che il reato di rivolta si punisce l’umanità. Una criminalizzazione che colpisce gli ultimi tra gli ultimi, coloro che spesso ignorano persino l’esistenza della norma in questione, che sembra pensata come mezzo per gestire il disagio sociale e le marginalità anche all’interno delle carceri, agendo su persone già colpite severamente dalle stesse politiche penali. Il carcere, ancora una volta, si rivela una utile lente di ingrandimento attraverso cui osservare l’estendersi dello “Stato penale” contemporaneo, che anziché fare giustizia sembra moltiplicare sofferenze, disuguaglianze e discriminazioni.

*Sociologo, redattore di Ristretti Orizzonti