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di Riccardo Noury

Corriere della Sera, 14 maggio 2022

Negli ultimi dieci mesi, la riduzione di oltre il 40 per cento degli aiuti umanitari di natura sanitaria, conseguenza del taglio complessivo dell’assistenza internazionale alla Siria, ha aggravato la già profonda crisi nel nord-ovest del paese, che resta sotto il controllo del gruppo armato di opposizione denominato Hay’at Tahrir al Sham.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), alla fine del 2021 era stato garantito solo il 25 per cento dei fondi richiesti per il sistema sanitario siriano. La diminuzione delle risorse a disposizione ha messo in ginocchio gli ospedali e le altre strutture sanitarie. Il dipartimento della Sanità della provincia di Idlib ha reso noto che 10 dei 50 ospedali della zona, compresi quelli pediatrici, hanno terminato i fondi a disposizione per il 2022.

Il risultato è che oltre tre milioni di persone (che nel 90 per cento sono sfollati interni, provenienti da altre zone di conflitto) non hanno accesso a servizi sanitari e cure mediche. Il tutto, dopo due anni di pandemia. Chi può, e comprensibilmente sono ben pochi in uno stato distrutto da oltre dieci anni di conflitto e in una regione dove - è bene sottolinearlo ancora una volta - si sono riversati quasi tre milioni di sfollati, ricorre ai servizi di sanità privata, distanti e costosissimi.

Martedì, al termine della sesta Conferenza di Bruxelles sul sostegno al futuro della Siria e della regione, organizzata dall’Unione europea, la comunità internazionale si è impegnata a fornire quasi 6,4 miliardi di euro di aiuti in favore della popolazione siriana e degli stati confinanti con la Siria che ospitano rifugiati.