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di Alessandro De Pascale

Il Manifesto, 23 luglio 2025

La Tailandia, primo paese asiatico a depenalizzare coltivazione e vendita della marijuana, ci ripensa. Protesta un settore in pieno boom. Isola di Phuket, Tailandia. Girando per le strade di una delle più battute mete turistiche balneari di questa nazione del sud-est asiatico, un po’ ovunque si vedono insegne al neon con la foglia di cannabis. Sulla maggiore isola del Paese, abitata sulla carta da meno di 400mila abitanti, attualmente si contano quasi 1.500 dispensari che vendono liberamente marijuana e derivati (dai biscotti alle bibite, passando per le caramelle). In alcune zone ce n’è uno ogni poche centinaia di metri. Nella capitale Bangkok, megalopoli da quasi 11 milioni di abitanti, sono 3.000. Persino in un piccolo e remoto centro come Mae Sot (circa 50mila residenti), situato nella parte nord-occidentale del Paese lungo il confine con il Myanmar, se ne contano una decina.

Tre anni fa la Tailandia è stata la prima nazione del continente asiatico a eliminare la cannabis dalla lista dei narcotici, portando al rilascio di oltre un milione di licenze di Plook Ganja (coltivazione di marijuana) e alla nascita a livello nazionale di circa 18.000 dispensari. Il tutto in assenza di una apposita normativa per regolamentarla, che doveva essere varata entro 120 giorni ma non è mai arrivata in Parlamento.

Ribattezzata “l’Olanda dell’Asia”, la Tailandia ora fa dietrofront: lo scorso 24 giugno, il ministro della Sanità pubblica, Somsak Thepsuthin, ha stabilito che d’ora in avanti per acquistare la cannabis servirà la prescrizione medica (l’uso a scopo terapeutico è consentito dal 2018). Il nuovo regolamento è arrivato dopo la fuoriuscita dal governo del partito conservatore di centro-destra Bhumjaithai, padre della legalizzazione e con un’importante fetta del proprio elettorato tra gli agricoltori e i commercianti. Ovvero i primi beneficiari di questo business che, secondo l’Università della Camera di Commercio Thailandese (Utcc), quest’anno avrebbe potuto raggiungere 1 miliardo di dollari.

La mossa del ministero è stata giustificata con il raddoppio del consumo: per il segretario generale dell’Office of the Narcotics Control Board (Oncb), Phanurat Lukboon, gli utilizzatori abituali di cannabis nel 2019 erano 350.000, diventati lo scorso anno 700.000. Con picchi registrati soprattutto tra i giovani, tanto che la vendita era stata vietata ai minori di 20 anni e agli studenti. Una restrizione ora rimossa, a favore come detto dell’obbligo di prescrizione medica, con cannabis fornita per un massimo di 30 giorni a cliente e con la registrazione su una apposita card (ottenibile anche dai turisti). Stop alla vendita online o tramite distributori automatici e stop a qualsiasi forma di pubblicità (lungo le strade ci sono cartelloni pubblicitari, grandi anche 6 metri per 3). I dispensari dovranno inoltre rifornirsi soltanto con erba prodotta da aziende agricole con la certificazione Good Agricoltural and Collection Practices (Gacp) della cannabis terapeutica, al momento del varo del nuovo regolamento rilasciata dal governo ad appena 69 appezzamenti di terreno in grado di garantire circa 72 tonnellate di infiorescenze di cannabis l’anno.

Per il momento non è un ritorno alla vendita esclusiva in cliniche e farmacie ospedaliere. Ai dispensari basterà avere un medico che prescrive la cannabis per una delle 15 patologie riconosciute (dal cancro all’insonnia). Ma il settore è ugualmente sul piede di guerra e da settimane manifesta davanti alla sede del ministero della Sanità pubblica, denunciando incertezza per il futuro e chiedendo la cancellazione del nuovo regolamento. “Alcune aziende hanno ottenuto la certificazione Gacp pagando 500.000 bath (13.200 euro, ndr), senza dover dimostrare di avere soddisfatto i requisiti - denuncia Prasitchai Nunual, segretario generale della rete Writing Tailand’s Cannabis Future che guida le proteste -. Nascerà inoltre un mercato delle ricette, favorendo la corruzione”.

Stanley è un ragazzo francese ex responsabile marketing di un’azienda del settore in procinto di mettersi in proprio, il quale vista l’attuale incertezza ci chiede di non indicare il suo cognome. “La presenza di medici nei negozi per le prescrizioni - a suo dire - è più che altro cerimoniale, in quanto potrà essere un dentista, un farmacista, anche se la maggior parte dei dispensari assumerà quelli della medicina tradizionale tailandese, perché hanno il salario minimo più basso, solitamente ugualmente pari a quello di due budtender (coloro che forniscono ai clienti le informazioni sui diversi prodotti derivati dalla cannabis, nda). La presenza dei medici a mio parere è un tentativo di far vedere che è in atto una regolamentazione e un modo per il Dipartimento per lo Sviluppo della Medicina Tradizionale e Alternativa Thailandese di fare soldi”.

Nel nuovo business della formazione del nuovo personale effettivamente sono proprio loro i primi ad essere scesi in campo: dal 16 luglio stanno tenendo appositi corsi per 2.000 medici, cui si aggiungono quelli per il personale dei dispensari (i già citati budtender) per i quali stimano ben 100.000 partecipanti. “Il problema principale - denuncia ancora Stanley - riguarda i coltivatori e i proprietari di negozi che non hanno i mezzi economici per adeguarsi ai nuovi standard governativi, col risultato che gli operatori più grandi, anche stranieri, accresceranno ulteriormente la loro fetta di mercato”.

Un’accusa subito rispedita al mittente dal ministro della Sanità pubblica, Somsak. Inizialmente il dicastero voleva far tornare la cannabis nell’elenco dei narcotici entro 45 giorni, riportando così la cannabis soltanto in cliniche e farmacie ospedaliere, ma ora afferma che il governo non dovrà ricorrere a tale misura se verranno attuati i giusti controlli. Dall’entrata in vigore del regolamento già ispezionati 1.565 negozi, con 82 licenze sospese, cinque revocate, 322 chiusure e sette procedimenti giudiziari avviati. A novembre scadranno 12.000 licenze delle 18.000 rilasciate ai dispensari. Molti dei quali, in assenza dei medici e con l’aumento dei costi, hanno momentaneamente abbassato la saracinesca, spegnendo le insegne a neon con la foglia di cannabis.