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di Caterina Soffici

La Stampa, 26 luglio 2025

Forse più che una visione dell’ovvio quella di Tajani è una visione un po’ manichea e parecchio razzista. “Preferite i maranza, o chi va a scuola per dieci anni e poi diventa cittadino italiano?”. La frase pronunciata dal ministro degli Esteri nonché vicepremier Antonio Tajani per spiegare la sua proposta di Ius Scholae si potrebbe catalogare come una versione 2.0 delle massime lapalissiane di Massimo Catalano a Quelli della Notte, il programma tv di Renzo Arbore che incollava alla tv milioni di italiani. “È molto meglio innamorarsi di una donna bella intelligente e ricca anziché di un mostro cretino e senza una lira”. “È meglio avere due pensioni e vivere bene che averne una sola e morire di fame”. “È molto meglio essere allegri che tristi”. Diceva cose così Catalano e l’ovvio divenne una categoria dello spirito di quegli edonistici anni Ottanta.

Oggi Tajani si cimenta con l’ovvio a modo suo, maramaldeggiando furbamente, o più probabile goffamente, con le parole. Ammicca, quindi: preferite un maranza o un bravo studente? La risposta sarebbe ovvia. Così la percepisce il telespettatore distratto (come lo siamo tutti, che ascoltiamo con la coda dell’orecchio preparando la cena) ma tutto ciò non ha niente a che vedere con lo Ius Scholae, con i maranza e tantomeno con gli studenti stranieri. Sono sbagliati i presupposti, i termini e quindi la conclusione. Sarebbe come chiedere: preferite una mela o il tonno in scatola? Non c’entra niente, direste. Che domanda è? Appunto. Il maranza, nella visione di Tajani, è l’immigrato di seconda generazione destinato a un futuro di piccolo criminale di strada. Per chi avesse dubbi lo spiega anche: “I maranza a scuola non ci vanno e poi vanno a delinquere e diventano cittadini italiani”.

Peccato che le nostre periferie siano piene di maranza italianissimi. E non solo le periferie. Trapper, rapper, cantanti sul palco di Sanremo. Il maranza è ovunque e non è necessariamente straniero. Caratteristiche principali, per riassumere brevemente: catene vistose, tatuaggio, tuta di acetato, maglia della squadra di calcio, Nike ai piedi, gilet (o smanicato che dir si voglia), borsello di marca. I maranza vestono firmato e vistoso, girano in gruppo. Se ne cerchiamo le origini ci possiamo rivolgere ai linguisti. Per la Treccani i maranza sono giovani che fanno parte di “comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga”. Secondo l’Accademia della Crusca “il referente di maranza è il tamarro, legato al mondo della musica dance e dei locali notturni”. C’è anche una canzone di Jovanotti (Il capo della banda, anno 1988) dove il maranza è sinonimo di tamarro: è il ragazzo maleducato, un po’ sbruffone, che si sente libero di fare ciò che gli va.

Tajani contrappone chi frequenta regolarmente la scuola e chi invece non rispetta le regole sociale e ha comportamenti antisociali. Lapalissiano. Liberissimo di farlo, ma non c’entra niente con gli immigrati e con la cittadinanza, né con le varie subculture giovanili di un paese multietnico. Che piaccia o meno, è la realtà. È piena l’Italia di ragazzi italianissimi che abbandonano la scuola, che non sanno niente della Costituzione, che non studiano, non conoscono la storia e confondono Garibaldi con Cavour. È piena l’Italia anche di ragazze e ragazzi straniere figli di immigrati che studiano, lavorano, eccellono, si impegnano. Loro in che categoria li mettiamo, tajanamente ragionando? Forse più che una visione dell’ovvio quella di Tajani è una visione un po’ manichea e parecchio razzista. Ma è solo un’ipotesi, eh.