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di Francesco Alberti

buonasera24.it, 24 luglio 2025

Il 27 luglio anche i reclusi della Casa circondariale aderiscono alla staffetta del digiuno promossa da avvocati e magistrati per chiedere la riforma sulla liberazione anticipata. Appello al Parlamento: “Rivedere subito il disegno di legge Giachetti”. Da Taranto parte un segnale forte destinato a coinvolgere il sistema penitenziario di tutto il Paese. Dopo l’adesione di magistrati e avvocati, anche i detenuti della casa circondariale tarantina annunciano una giornata di sciopero della fame, prevista per il 27 luglio, per sostenere la staffetta del digiuno in corso da inizio mese. L’obiettivo è sollecitare un immediato riesame del disegno di legge sulla liberazione anticipata promosso dall’onorevole Roberto Giachetti.

L’iniziativa, avviata a livello nazionale dall’avvocata Valentina Alberta e dal magistrato Stefano Celli, nasce dalla volontà di denunciare le condizioni disumane in cui versano le carceri italiane, accentuate in estate da temperature insostenibili e sovraffollamento cronico. “Oggi in Italia si marcisce in carcere, come un corpo lasciato a decomporsi in un ambiente soffocante. La chiave è stata buttata via”, si legge in uno degli appelli che accompagnano la protesta. Parole dure, che vogliono smuovere le coscienze e richiamare la politica alle sue responsabilità.

Nel mirino di chi protesta non c’è solo il trattamento riservato ai detenuti, ma anche l’inerzia istituzionale di fronte a un sistema che non garantisce più il principio costituzionale della rieducazione della pena. “Commettere un reato non può significare perdere la dignità di esseri umani - spiegano i promotori. Il carcere non può diventare un luogo dove si infliggono sofferenze gratuite, che nulla hanno a che vedere con la giustizia”.

Il fulcro della richiesta è la modifica dell’attuale disciplina sulla liberazione anticipata, per portare da 45 a 60 giorni ogni sei mesi lo sconto della pena per buona condotta, in via temporanea. “Non è una soluzione definitiva, ma un primo passo concreto per contrastare l’illegalità del sovraffollamento e offrire un sollievo immediato a chi vive una condizione al limite”. Anche i familiari dei detenuti di Taranto hanno espresso pieno sostegno all’iniziativa, parlando di una situazione “drammatica e indegna di un Paese civile”, dove “la risposta penale ha abbandonato ogni finalità di riequilibrio, riducendosi a una punizione cieca”. Citando anche le condanne della Corte di Strasburgo, si uniscono all’appello al Parlamento: “Servono misure coraggiose per svuotare contenitori ormai al collasso, senza timori di smentite elettorali. È in gioco la tenuta etica del nostro Stato di diritto”.

Nel ringraziare gli organizzatori, i detenuti di Taranto spiegano che il 27 luglio parteciperanno anche a una Messa comunitaria, un gesto simbolico per chiedere che “il Signore illumini i nostri governanti”. Il messaggio che parte dalle celle della città jonica è chiaro: il tempo delle attese è finito, la giustizia non può più rimanere sorda alle “grida di chi soffre” dentro un sistema che ha bisogno di riforme urgenti e profonde.