di Giuseppe Di Bisceglie
Corriere del Mezzogiorno, 9 ottobre 2024
“Mancanza di cure adeguate”. Il 65enne, condannato a 30 anni di reclusione, era entrato in carcere in buone condizioni di salute ed era perfettamente in grado di camminare. Ma durante la detenzione sono subentrate patologie alla colonna vertebrale non curate in modo appropriato. Le cure ricevute da un detenuto durante il suo periodo di permanenza in carcere non sono state adeguate e per questo l’Italia dovrà risarcirlo con ottomila euro. È quanto stabilito da una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in riferimento al caso di un detenuto 65enne, originario di Taranto, che durante il periodo di detenzione in carcere ha visto aggravarsi le sue condizioni di salute, al punto da non riuscire più a camminare.
In carcere dal 2000 - L’uomo, condannato alla pena di 30 anni, era entrato in carcere nel 2000. Al momento del suo ingresso nel penitenziario non aveva alcun tipo di problema di natura motoria e riusciva regolarmente a camminare. La sua detenzione si è consumata in diversi penitenziari italiani e, durante questo periodo, gli sono stati riscontrati una serie di disturbi alla schiena, al punto da dover ricorrere ad alcuni interventi di chirurgia alla colonna vertebrale. I medici che hanno svolto su di lui gli accertamenti clinici hanno certificato una “cronicizzazione dei disturbi motori”. Una situazione clinica tale da richiedere delle cure continue e cicli di fisioterapia costanti. Cure che, però, non sarebbero state somministrate in maniera adeguata.
L’avvocato: “Doveva essere assistito in una struttura ad hoc” - Il difensore del detenuto, l’avvocato Carlo Gervasi, in più occasioni ha presentato istanze per ottenere delle cure adeguate per il suo assistito ma, ad eccezione di pochi casi, il 65enne non è stato assistito in una struttura riabilitativa.
Per questo, si è rivolto alla Corte Europea per i diritti dell’uomo che ha stabilito che c’è stata la violazione dell’articolo 3, che sancisce il diritto dell’individuo a non subire pene disumane o degradanti e violazioni dell’integrità fisica o psichica. “L’elemento importante di questa sentenza della Cedu - spiega l’avvocato Gervasi - è che viene rilevata l’inadeguatezza dell’assistenza per il detenuto in carcere”. Una pronuncia che potrebbe avere dei risvolti sociali importanti.









