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di Giorgio Iusti

La Notizia, 24 marzo 2022

La Guardasigilli Marta Cartabia non lo esclude. E presto il taser, l’arma che secondo le Nazioni Unite equivale ad uno strumento di tortura, potrebbe essere fornito in via sperimentale alla Polizia penitenziaria. Equiparato dall’Onu a una forma di tortura, il taser fa capolino anche nelle carceri. L’arma che tanto piace ai leghisti, ma che secondo alcuni studi espone maggiormente gli agenti alle aggressioni, potrebbe infatti essere assegnata alla polizia penitenziaria.

Ad aprire a tale ipotesi, rispondendo alla Camera in sede di question time a un quesito posto proprio dal Carroccio, è stata la ministra della giustizia Marta Cartabia. Un particolare che porta a ipotizzare ulteriori difficoltà nella già difficile gestione dell’amministrazione penitenziaria, su cui da tempo piovono critiche.

Rispondendo a un’interrogazione del leghista Luca Paolini, la ministra Cartabia ha sostenuto che i fatti di Pesaro sono indubbiamente gravi e le aggressioni alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria sono ormai troppe. Ha specificato che le tensioni negli istituti penitenziari sono cresciute dall’inizio della pandemia, complici la paura per il contagio, il fermo dei colloqui, dei trasferimenti e di tutte le attività, che hanno reso il carcere negli ultimi due anni un ambiente più opprimente e più difficile il lavoro degli agenti.

“L’amministrazione penitenziaria - ha evidenziato la guardasigilli - è ben consapevole di questa difficoltà ed è costantemente impegnata nel consolidamento delle migliori soluzioni per prevenire e contrastare in carcere queste aggressioni. Su questo aspetto io stessa ho avuto plurime interlocuzioni con i sindacati della polizia che hanno chiesto anzitutto di potenziare gli strumenti di videosorveglianza e di bodycam.

E giustamente l’Amministrazione si è attivata per garantirne la piena diffusione e stiamo seguendo questo fronte”. Per quanto riguarda l’eventuale sperimentazione anche per la polizia penitenziaria dello storditore elettrico, la guardasigilli ha sostenuto che deve “sottostare alle stesse regole e alle stesse limitazioni già previste per l’impiego di ogni altro armamento speciale di reparto, proprio a garanzia della sicurezza”, aggiungendo che “eventuali sperimentazioni” possono avvenire in tale ambito.

“Le condizioni di sicurezza all’interno di un carcere - ha aggiunto - sono peculiari rispetto a quelle che si possono immaginare nella società esterna. La polizia penitenziaria, come tutti gli altri corpi di polizia, ha il compito di essere presidio della sicurezza, ma opera in un sistema chiuso, e questo richiede regole speciali e uno speciale addestramento. Per questo non si possono proiettare automaticamente all’interno degli istituti gli esiti acquisiti dalla sperimentazione curata dal Ministero dell’Interno, anche in relazione ai possibili effetti deterrenti derivanti dall’uso delle armi ad impulsi elettrici”.

Un limite, ma senza alcuna chiusura all’ipotesi di far entrare anche il taser nelle carceri. Intanto il leghista Nicola Molteni, sottosegretario agli interni, gongola per il via libera all’uso dello storditore elettrico anche a Torino, nell’ambito dello sgombero della ex Gondrand.

“La pistola a impulsi elettrici, in dotazione alla Polizia di Torino da lunedì scorso - ha detto - al suo primo utilizzo nel capoluogo piemontese ha immediatamente prodotto effetti positivi, dimostrandosi ancora una volta utile e efficace”. E la prossima settimana lo strumento su cui tanto ha puntato Matteo Salvini quando era ministro dell’interno entrerà in funzione anche a Catania, Caserta, Messina, Cagliari e Genova.