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di Paola Gabrielli

Corriere di Bologna, 22 maggio 2025

Scutellà mette in scena “Antigone” con i giovani detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano. I più giovani hanno appena 14 anni. Gli anziani, per così dire, non arrivano ai 25. Questa sera al Teatro del DAMSLab il Dipartimento delle Arti insieme al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica presentano Antigone, spettacolo di teatro-carcere della compagnia Puntozero Teatro con gli attori-detenuti dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Diretto da Giuseppe Scutellà, è un progetto composito. Nei giorni scorsi è stato svolto anche un laboratorio per gli studenti del nostro ateneo condotto dallo stesso Scutellà che partecipano alla messa inscena con un introduttivo, energic oK horos. Conclude il progetto “Rinuncia alla tua rabbia, mostra che sai cambiare” (ore 20.15. Prenotazione consigliata: unibo.it/damslab/eventi).

 

Scutellà, che lavoro vedremo?

“Testualmente, l’Antigone integrale così com’è. Con la professoressa Rossella Mazzaglia siamo poi riusciti a introdurre gli studenti nel lavoro che la precede: un training psico-fisico pieno di senso, un bellissimo connubio tra loro e i nostri ragazzi. Si parla molto di rieducazione, in realtà chi è in scena non ha avuto neanche un’educazione. Quindi, prendere integralmente un testo di Sofocle, addentrarsi con loro e capirlo per me è un incredibile percorso”.

 

“Rinuncia alla tua rabbia, mostra che sai cambiare”, le parole con cui Emone chiede a Creonte di non uccidere Antigone, è la frase perfetta...

“I ragazzi lo sanno. L’importante è dotarli di possibilità e strumenti. Pretendere che cambino rinchiusi in una cella 3 metri per 2 è una cosa sciocca. Hanno bisogno di muoversi, scoprirsi, scoprire l’altro, relazionarsi e il teatro è strumento preferenziale in questa direzione”.

 

Avete molto lavorato sul piano fisico...

“L’energia che sprigionano è fantastica. Teniamo conto che sono in scena due ore e mezza. Del resto, sono ragazzi, nonostante siano segnati dalle avversità. Dico una cosa un po’ retorica, ma sprigionano voglia di vivere. E futuro”.

 

Qual è il giusto atteggiamento per avvicinarsi a questo lavoro?

“Non de v’ esser ci alcuna preparazione. Il classico bisogna affrontarlo senza paura. Racconto un aneddoto. A Milano venne una professoressa. Le piacque molto lo spettacolo, ma poi scivolò chiedendo a un ragazzo in scena: sai chi l’ha scritto? Lui non rispose e lei, disse: molto male. Se pensiamo al filologico abbiamo perso”.

 

Perché l’idea del Khoros?

“Il coro ha due funzioni: uscire dalla quotidianità e preparare all’atto performativo. Qui il protagonista in realtà è proprio il coro. Di esso si dice: abbatte l’individualità per andare insieme, invece tiene ferma l’individualità e fa andare verso un obiettivo comune”.

 

Ha una formazione damsiana: cosa significa tornare qui?

“È un ritorno in patria. Bologna è nel mio cuore e il Dams per me rappresenta ancora un’officina teorico-pratica interessante, una fucina di pensiero dal punto di vista artistico-teatrale. L’ho frequentata a inizio anni 90, ho ritrovato persone care e conosciute di nuove”.

 

Puntozero dal 1995 è un esempio di teatro teatrale che continua nel tempo: come vede il suo stato di salute?

“Lo vedo bene. Avevano dichiarato il teatro morto già nel secondo secolo avanti Cristo. Che dire: una lunga agonia che continuerà ancora molto”.