di Francesco Grignetti
La Stampa, 13 febbraio 2025
Secondo i numeri dell’amministrazione penitenziaria, nel 2022 sono stati trovati 1.084 cellulari clandestini, diventati 1.595 l’anno dopo, e 2.252 nel 2024. L’ultimissima clamorosa inchiesta di mafia a Palermo certifica quel che si sapeva: nelle carceri entrano ogni anno migliaia di telefonini, più sofisticati di quelli ordinari, miniaturizzati e dotati di software che li rendono inaccessibili a intercettazioni. E l’amministrazione penitenziaria, il Dap, lo sa. È della settimana scorsa una circolare interna che annuncia una stretta a base di perquisizioni e provvedimenti disciplinari a carico dei detenuti che verranno trovati in possesso di cellulari in cella. Obiettivo è rendere la vita difficile ai boss, usando ogni piega del regolamento penitenziario.
Non che sia una novità, la storia dei telefonini. Secondo i numeri dello stesso Dap, nel 2022 la polizia penitenziaria aveva trovato 1084 telefonini clandestini, che sono diventati 1595 l’anno dopo, e addirittura 2252 nel 2024. Sono i numeri che hanno fatto dire amaramente al procuratore nazionale antimafia, Gianni Melillo: “Viene fuori un dato allarmante: l’estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi che non sono al 41 bis. L’inchiesta di Palermo mostra chiaramente, confermando quanto emerso in altri contesti investigativi, che il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità”.
Quei cellulari vengono usati per portare avanti le attività criminali. Non quando i boss finiscono al 41bis, perché quel circuito eccezionale sembra ancora tenere, ma nel circuito che è un gradino più in basso, detto Alta sicurezza. Qui finisce la gran massa di mafiosi, che siano di Cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra. E qui i mafiosi li usano per tenere i contatti con l’organizzazione, per dare ordini ai gregari, per partecipare a chat. In un caso, documentato dalla inchiesta di Palermo, il boss ha voluto seguire attraverso una videochiamata un pestaggio da lui ordinato.
Che fare, allora? Un paio di anni fa era iniziata una sperimentazione a cura del ministero della Giustizia per cercare soluzioni tecnologiche. Si era ipotizzato di “isolare” il segnale per i cellulari all’interno delle carceri. Ma è più facile a dirsi che a farsi. E infatti questa circolare del Dap certifica il fallimento della sperimentazione. L’uso dei cellulari clandestini non è “fronteggiabile per ragioni tecniche ed economiche con schermature degli istituti penitenziari”.
Ecco dunque che il Dap ordina un piano straordinario di perquisizioni. È l’unico modo per limitare i danni. Ma secondo il ministero non può bastare. Bisogna ricorrere al codice penale ogni volta che si può e in effetti da 2020 esiste un reato di “detenzione illecita di telefonini da parte di detenuti”, recentemente esteso a chi li aiuta. Infine l’arma a cui il Dap vuole fare ricorso è l’articolo 14bis del regolamento penitenziario (da non confondere con il 41bis): prevede a discrezione dell’amministrazione che il detenuto possa essere soggetto a un particolare regime.
Il margine di discrezione è enorme: si va dal visto di censura sulla corrispondenza al cancellare le telefonate con l’esterno, ridurre i colloqui (salvo i familiari stretti), impedire la socializzazione con altri detenuti, vietare gli acquisti allo spaccio interno (purché non si intacchi la sicurezza), riduzione al minimo dell’ora d’aria, fino al controllo visivo continuo da parte degli agenti. Si prevedono anche trasferimenti per spezzare complicità. Lo stato delle carceri, per dirla ancora con le parole di Melillo, sotto il profilo della sicurezza “è un tema delicato che deve aprire una riflessione profonda”.











