di Massimo Sideri
Corriere della Sera, 31 agosto 2024
Al di là della vicenda giudiziaria che coinvolge in Francia il fondatore Pavel Durov, sotto la superficie del caso Telegram si nasconde qualcosa di più granulare e allo stesso tempo melmoso che ci riguarda tutti, forse la vera contraddizione del nostro tempo. Al di là della vicenda giudiziaria che coinvolge in Francia il fondatore Pavel Durov, sotto la superficie del caso Telegram si nasconde qualcosa di più granulare e allo stesso tempo melmoso che ci riguarda tutti, forse la vera contraddizione del nostro tempo: più libertà o più sicurezza? Vorremmo tutte e due. Come se non fossero i due poli opposti su cui si fondano la democrazia e la nostra società. Si tratta di una pretesa culturalmente deformata dall’apparente intangibilità della Rete. E non è certamente nuova.
Qualche anno fa, nel 2015, esplose un caso che si trasformò velocemente in un confuso dibattito mondiale rimbalzato con una eccessiva semplificazione nelle camere dell’eco di cui siamo tutti un po’ prigionieri. Il contesto era diverso, gli elementi simili: l’Fbi mise le mani sull’iPhone di un terrorista ucciso durante un attentato a San Bernardino, luogo famoso per il primo chiosco dei fratelli McDonald’s. Si noti bene che non c’era nessun dubbio: Syed Farook era un terrorista. Venne ucciso dalla polizia insieme al terrorista Tashfeen Malik durante l’attacco all’Inland Regional center dove morirono 14 persone. Nel suo telefono, fu il corretto ragionamento dell’Fbi, ci sarebbero potute essere informazioni utili a sventare altri attacchi simili, a salvare vite umane. Nessuno dimenticherà mai la diabolica regia dell’11 settembre 2001 pensata per far esplodere il secondo aereo sulle Torri gemelle quando ormai tutte le telecamere del mondo erano rivolte in quell’unico punto sulla Terra.
L’Fbi chiese ad Apple di aprire il telefono di Farrok e Tim Cook disse di no: la società, al contrario di Google, ha puntato molto sull’inviolabilità della privacy dei suoi prodotti. Sarebbe stato un precedente che avrebbe dimostrato il contrario: la Apple può, volendo, entrare nelle nostre vene digitali. L’opinione pubblica perlopiù apprezzò. Certo vogliamo la sicurezza, siamo pronti a reclamarla a gran voce, ma vogliamo anche la libertà sullo stesso piano. Come oggi. Telegram è usato da perseguitati politici, rifugiati che rischiano la vita, giornalisti in Paesi dove raccontare le intenzioni dei governi può significare sparire per sempre o finire in prigione. Ma anche dalla criminalità organizzata, dalla mafia russa, dalle dittature.
Lo stesso Durov - come aveva fatto anche il fondatore di Whatsapp, Jan Koum, cresciuto anch’egli all’ombra dell’Urss - aveva raccontato di aver sviluppato Telegram per sfuggire a quel grande e strisciante fratello comunista. Ogni società deve decidere, come spiegava Zygmunt Bauman, dove spingere il contatore digitale per cercare un equilibrio, che forse non c’è. Perché non c’è alternativa: ogni grado di sicurezza in più richiede un grado di libertà in meno. Come quando accettiamo pignoli controlli sui nostri beni e anche su ciò che teniamo in tasca quando passiamo la linea di confine di un aeroporto. Solo che quando andiamo online più che una società liquida vorremmo una società gassosa, copyright del sociologo Francesco Morace. Con delle bolle da far scoppiare a nostro piacere. E così anche chi grida alla libertà di espressione dovrebbe ricordare che questa non coincide - come vorrebbe l’editore di X, Elon Musk - con la libertà di dire tutto, anche il falso.
La democrazia si basa su regole. Il resto si chiama Far West. Semmai il vero tema è trovare regole condivise. Negli Usa Internet gode ancora di un lasciapassare deontologico e morale. Un tema che si ripresenta oggi con l’intelligenza artificiale. Quando negli anni Novanta esplose il web, Bill Clinton e Al Gore vollero la Sezione 230 che depenalizzava la rete non rendendola responsabile dei contenuti che la attraversano. Per non far morire il bimbo in culla, si disse. Abbiamo visto come è andata: ancora di recente dei giudici Usa hanno dichiarato X non colpevole di aver giocato a fare Ponzio Pilato di fronte a messaggi di frange terroristiche dell’Islam che hanno portato ad uccidere un ragazzo. La motivazione? Il web è “neutrale”: per i provider veicolare pubblicità di scarpe o propaganda radicale sarebbe la stessa cosa. Appunto: è questa la contraddizione ontologica di un medium a cui è permesso ciò che per qualunque altro soggetto, come un giornale, è un reato. Il problema è perché in una parte del mondo libero e occidentale è permesso qualcosa che in un’altra parte dello stesso mondo libero e occidentale può farti finire in prigione.











