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di Katia Ippaso

 

Il Garantista, 26 marzo 2015

 

Chi c'era, ha vissuto in presa diretta le fasi inesorabili di quel terremoto. Si respirava un'elettricità, un'euforia, e naturalmente anche una follia che avrebbe provocato esili e suicidi. Il tribunale di Milano, le sue strade, gli interni che fino a quel momento erano chiusi a chiave coi loro segreti di famiglia, divennero il teatro di un dramma che è difficile storicizzare: una guerra inedita alla corruzione che si rivelerà spietata ma che in quel momento portava in sé una grande novità, una luce in grado di accecare.

Un oggetto che porti la data "1992" non può che destare sentimenti contrastanti, e ci si chiede come mai non ci sia scritto accanto anche "fragile". Come si narra Tangentopoli? Da quale distanza, con quale lente d'osservazione? "1992, la nuova serie tv di Sky, prodotta da Wildside in collaborazione con la7 (da stasera in onda su Sky Atlantic Hd, in contemporanea con altri 4 paesi: Inghilterra, germania, Irlanda e Austria) è andata a rovistare tra le pagine chiare e le pagine scure di quella straordinaria vicenda che ha segnato un punto zero della storia giudiziaria e politica di questo paese, trovando un equilibrio che era certamente difficile da mettere a fuoco, e che è il frutto di un lavoro serio ma anche leggero, che rispetta il documento ma non si intimorisce né indietreggia rispetto alla materia.

Il primo dei dieci episodi parte dal 17 febbraio del 1992 con l'arresto di Mario Chiesa (Valerio Binasco), presidente di un ente comunale di assistenza agli anziani, il Pio Albergo Trivulzio. Il modo con cui viene raccontato ci fa capire che questi personaggi non verranno condannati e neanche assolti, perché non è questo il compito di una creazione televisiva (la prima di Sky veramente originale: le altre serie erano basate su romanzi), ma descritti nella loro ruvida ambiguità: gli inquirenti, gli indagati, i poliziotti, i pubblicitari, le loro amanti, le loro figlie, tutti.

Prendiamo Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi). I suoi primi gesti sono persino sgradevoli, come sono antipatici i comportamenti di Dell'Utri. Ma ogni azione è polisemica. Persino un personaggio come quello di Stefano Accorsi (che ha avuto l'idea della serie), freddo uomo di marketing con un passato nero alle spalle, porta fin dalle prime battute un doppio tracciato che rende fertile la narrazione. Anche chi non è abituato alla serialità, troverà in "1992" un'opera densa, molto poco supponente, ma seduttiva, che si avrà voglia di seguire fino alla fine.

Scritta con indubbia abilità dagli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (story editor Nicola Lusuardi), che hanno saputo mischiare il documento e l'invenzione, si affida ad una regia priva di quegli egotismi estetizzanti di cui ormai siamo saturi: la firma Giuseppe Gagliardi ("Tatanka"), che in conferenza stampa dichiara: "In genere un regista parte per la tangente, invece in questo caso è stato bello prendere stimoli da tutti". Perché gli sceneggiatori sono stati sempre sul set, per creare in contemporanea una partitura che si è andata costruendo nel corso di lunghi tre anni, tra ideazione, documentazione, riprese, montaggio.

In "1992" ci sono alcuni personaggi i cui nomi aderiscono al piano del reale (Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Giovanni Falcone, Mario Segni, il leghista Formentini, Umberto Bossi), e altri sei personaggi immaginari che trattengono invece le scorie di tutto ciò che non si trasforma automaticamente in mega-inchiesta, una certa temperie culturale, una febbre, e a cui gli autori hanno potuto attribuire anche vicende private che potessero irrobustire il piano romanzesco della vicenda: i due poliziotti che lavorano nel pool di Antonio Di Pietro, Luca Pastore (Domenico Diele) e Rocco Venturi (Alessandro Roja), entrambi portatori di verità nascoste, la bella Veronica Castello (Miriam Leone) la cui ambizione è "di non essere una delle tante", che passerà nelle mani di tanti uomini importanti prima di intrecciare una relazione differente con Pietro Bosco (Guido Caprino), quel reduce dall'Iraq chiamato "Batman" che diventerà deputato leghista a Roma, e infine Beatrice Mainaghi (Tea Falco), figlia borderline di un potente industriale che finirà anche lui in manette, giovane erede suo malgrado di un impero che non sa come amministrare.

Questo non significa che ci sia un doppio registro, perché anche i personaggi "veri" sono comunque ricreati nel senso che gli autori si sono sentiti liberi di fare i loro tradimenti e gli attori di cercare le proprie linee: "questo è l'Antonio Di Pietro di Gerardi, non è Antonio Di Pietro" dice Stefano Accorsi, che ha insistito per realizzare "1992" al fine di raccontare un'epoca su cui non esisteva narrazione: "Tangentopoli ha portato un senso di sorpresa enorme. Era una grande novità. E volevamo ricreare quel clima. Non c'è nessuna idealizzazione di quei personaggi, semmai sono cinematografati in un modo che non è politico né morale".

Deliberatamente, gli autori hanno scelto di non trovare un attore per il personaggio di Berlusconi, che entra in scena nel secondo episodio ma che diventerà centrale strada facendo: sarà presente solo attraverso il materiale d'archivio, perché, come spiegano gli sceneggiatori, il Cavaliere ha avuto una sovra-esposizione rappresentativa e non c'era bisogno di un altro volto ancora. C'è invece il personaggio di Bettino Craxi, anche se viene dato respiro più all'intreccio stesso che all'uomo.

C'è poi un'altra protagonista della serie, forse la più importante: la città di Milano, ricostruita con attenzione filologica ("abbiamo dovuto abolire soprattutto le smart e non inquadrare i grattacieli che nel frattempo sono sorti" ha dichiarato il regista) e con la consapevolezza che forse Tangentopoli non sarebbe potuta accadere che lì.

Non più Napoli, o Roma, ma Milano, diventa lo scenario di una trattazione cinematografica che cuce i personaggi e i loro discorsi attorno al tessuto sonoro dell'unico luogo d'Italia in grado di esaltare i talenti fino a mangiarseli vivi, come aveva giustamente intuito negli anni Sessanta Luciano Bianciardi, che a Milano aveva ambientato "La vita agra". Una città grigia ma anche affascinante e sinuosa, operosa e cinica, l'unica capace di lanciare in alto le sue creature migliori, senza occuparsi minimamente di dare poi riparo alle loro cadute.