di Marcello Pesarini
Ristretti Orizzonti, 22 agosto 2024
In questa lettera vorrei sfogare i miei dolori, comuni a tanta umanità, partendo per l’ennesima volta dalle sensazioni provate durante le festività ferragostane, soffrendo assieme ai detenuti anche se questa volta non li sono andati a trovare, e a mio fratello come i tanti fratelli e sorelle in ospedale, in residenze, in quello stato d’animo fra malato e abbandonato, comunque colpevolizzato dalla sua situazione, come lo siamo tutti noi malati, perché dipendiamo da qualcuno e il sistema non è certo studiato per farci sentire senza colpa.
Ho assistito per anni all’attesa dei familiari che attendevano di entrare all’ora di colloquio coi loro parenti detenuti. Io entravo per svolgere qualche attività, magari di sabato, e sentivo il loro sguardo. Non c’era rabbia, penso, solo sensazione di differenza. Quel poco di istinto che abbiamo mantenuto in noi fa sì che sentiamo a pelle la differenza delle situazioni, dei ruoli, e capiamo che sono diversi dai nostri. D’altra parte io mi sono sempre chiesto, col mio cinismo assoluto, quanto le attività pedagogiche o ludiche che tenevamo in carcere facessero bene più a noi, che ci sforzavamo di tirare fuori il nostro meglio, e ci sentivamo più buoni, che non a loro, anche se ho avuto dei riscontri positivi.
Ma durante le feste, ed ancora più durante l’estate, i volontari, le cooperative, diminuiscono le loro attività, forse gli agenti di polizia penitenziaria hanno diritto a più turni di riposo, ripeto forse, e tutti i mondi a parte diventano più a parte.
Negli ospedali, ed ancora di più nelle RSA, negli ospizi, se ancora posso usare questo termine, avviene lo stesso, e i poveri ospiti sentono, anche se non hanno mezzi per esprimersi, questa “differenza”. Ne sono ben conscio da una vita, e nonostante abbia partecipato a redigere progetti sulla vecchiaia sopportabile, sulla disabilità vivibile, lavorando ai servizi sociali, vorrei tanto che i cittadini che non vivono sulla loro pelle queste situazioni, le venissero a conoscere. E’ sufficiente stare li, o qui, qualche ora, per sentire il dolore altrui e la propria impotenza, che può giungere a soffocarci, a farci stare male, a sentirsi in colpa a nostra volta.
In questi giorni nei quali sembrano riesplodere le carceri, a Torino a Bari ovunque, io non ho visitato neanche Montacuto di Ancona, al quale mi legano molte vicende ultima quella di Matteo Concetti, morto suicida il 5 gennaio. Probabilmente la mia voce, come per mio fratello, per i tanti fratelli che sento, non sa esprimere più appelli, proposte di legge, comunicati stampa. Tanto è il senso di impotenza, di distanza anche da ciò che leggo, e forse anche da quello che ho scritto fino a poco tempo fa, da impegnarmi a ricordare che chi sta male non va in vacanza né a Natale, né a Ferragosto, e neanche il 25 aprile o il 1 maggio. Non ci vanno gli operatori, in qualsiasi luogo di ricovero o di restrizione, e fanno fatica a convivere coi degenti e detenuti, i quali spesso hanno atteggiamenti duri da sopportare e indisponenti.
Quest’anno il male si è materializzato addosso a me; il mio corpo, la mia mente, si sono ribellati, e mi sono bloccato per un po’ di giorni. Ebbene, da ex attivista, non ci lasciate soli: vorrei che lo faceste con leggi adeguate, con prese in carico, ma almeno fatelo come persone che ci possono far sentire meno di peso, sia i vari tipi di degenti che noi parenti. Uno sforzo vi può migliorare.










