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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 14 novembre 2025

Non bisogna seguire d’istinto, e di corsa, un attivismo scomposto ma fermarci, costringerci a ragionare al largo dei roghi accesi sulle vite degli altri. L’attivismo scomposto che punta alla visibilità e non costruisce cambiamento. La comunicazione come performance esasperata che si avvita su sé stessa, stravolge e mortifica la storica rivendicazione delle donne secondo cui “il personale è politico”. Il femminismo, cioè l’unico -ismo sopravvissuto in salute al Novecento, trasformato dal cedimento agli algoritmi in un brand ambiguo. A cavallo tra ideali scagliati come pietre e i meccanismi liquidi del mercato di click & like.

Se tutto questo (o una parte e magari altro) ci fosse stato “svelato” d’improvviso - come per i vestiti nuovi dell’imperatore che sfilava nudo davanti all’ipocrisia dei suoi follower - potremmo essere riconoscenti al gruppetto di “femministe influencer” finite sotto inchiesta per diffamazione e stalking ai danni di A.S., denigrato privatamente e pubblicamente assediato, accusato di essere un “abuser”, un “manipolatore” pericoloso per la sua compagna e qualunque donna. Tanto da “meritarsi” il paragone costante con il giovane femminici da Filippo Turetta. Stretto in un angolo che lo fa sentire senza scampo. Da qui prima il tentativo di suicidio, poi la scelta opposta: andare allo scoperto, denunciare.

In questa storia, che ora prenderà la sua strada giudiziaria e definirà le responsabilità (o no) delle protagoniste, dovremmo sentirci tutti parte in causa. Testimoni dei fatti, almeno. Perché sappiamo benissimo di che cosa stiamo parlando. Quando le indagate si propongono di “radicalizzare/attaccare/accusare”, quando riempiono la loro chat “Fascistella” di insulti da Michela Murgia a Sergio Mattarella, quando compilano liste di reprobi, si muovono lungo le diagonali di un sistema che è esteso, pervasivo e strutturato. Un territorio infettato dalla rabbia perché ormai solo la rabbia e tutte le emozioni estreme sono in grado di suscitare attenzione e, spesso, consenso. Sulle piattaforme digitali la furia moltiplica i dati, genera profitto: le nostre reazioni polarizzate vengono intercettate e monetizzate, lo scontro stravince sul confronto, diventa una professione.

Ma la radice di questa abitudine social(e) affonda in un perimetro che non è stato progettato per essere neutro, dall’inizio e fino all’ultimo aggiornamento. E noi - intorno, a volte al centro - quasi non vediamo più lo scandalo. Lo scandalo della violenza. Dell’odio diventato normalità. Dobbiamo fermarci, interrogarci, costringerci a ragionare al largo dei roghi accesi sulle vite degli altri. Perché il femminismo, forse come nessun altro movimento, ha sempre scommesso sulla possibilità di esprimere dissenso sì ma per andare oltre, di prendere la parola e raccontarsi ma mai per tracciare derive individualiste. Ha sempre riempito di energia i luoghi che attraversava - assemblee, quartieri, centri anti violenza - e abitato con gioia stanze tutte per sé che la planimetria delle case prima non prevedeva.

Avverte Fabrizio Acanfora, attivista e scrittore, autore di Rompere il gioco, in un’intervista su @La27ora del Corriere: “Senza recuperare una dimensione collettiva di alleanza, si rischia di scambiare la visibilità per emancipazione e la punizione per giustizia, lasciando intatte le gerarchie di potere”. Riscuotendoci dall’inciviltà del clickbait, cioè dall’ansia di far leva su paura e clamore per predare spazio, potremmo trovare il coraggio - l’audacia - di non stare agli estremi bensì in mezzo. In mezzo a una piazza, fisica e virtuale, in mezzo alle persone. In mezzo e in equilibrio, con la forza che sale dalla condivisione del viaggio inesaurito dell’equità.