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di Marta Serafini

Corriere della Sera, 10 marzo 2024

È stato un 8 marzo che ha visto il dibattito sui media concentrarsi giustamente sui diritti delle donne nel nostro Paese e all’estero ma che si è scordato di Kabul. Le ragazze italiane, quelle iraniane, le ucraine, le israeliane e le palestinesi. È stato un 8 marzo che ha visto il dibattito sui media concentrarsi giustamente sui diritti delle donne nel nostro Paese e all’estero ma che si è scordato delle afghane. Quelle stesse giovani di cui abbiamo parlato e scritto per oltre 20 anni ora sembrano essere scivolate nell’oblio, come se le loro sofferenze e le loro privazioni non ci riguardassero più. Eppure le afghane sono le uniche al mondo cui viene vietato per legge di studiare all’università.

Dovrebbe bastare questo a costringerci a restare vigili. Inoltre quelle stesse donne, nonostante i pericoli e il rischio di essere fustigate, incarcerate, torturate e uccise dal regime dei talebani, trovano il coraggio per organizzare manifestazioni di protesta nelle piazze di Kabul, Herat, Mazar-i-Sharif. Piccoli gruppi: sette, otto, dieci al massimo. Con minuscoli ma importanti cartelli. Lo hanno fatto anche venerdì mentre Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, invitava il governo talebano “a rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti coloro che sono stati arbitrariamente detenuti per aver difeso i diritti umani, in particolare i diritti delle donne e delle ragazze”. A noi il compito di tenere la luce accesa su un Paese da cui le nostre forze militari si sono ritirate ma che non possiamo pensare per questo di lasciare indietro, con l’illusione che il suo destino non ci riguardi più.