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di Cesare Burdese*

Ristretti Orizzonti, 28 maggio 2022

Mi accingo a riordinare le mie idee in tema di affettività in carcere: sono stato invitato a parlare di questo al Convegno organizzato dalla Camera Penale di Padova, che in quella città si terrà il prossimo 31 maggio. Per una strana coincidenza della sorte, proprio in questi giorni il tema è balzato all’onore della cronaca dopo le notizie di stampa relative all’ipotesi di costruzione di spazi da dedicare alle relazioni familiari e affettive negli istituti penitenziari.

Erroneamente peraltro molta stampa nazionale riporta con molto scalpore dello “sblocco da parte dei ministeri della Giustizia e dell’Economia di 28,3 milioni di euro necessari per allestire “moduli abitativi” all’interno di una casa circondariale in ogni regione” e di concedere la possibilità di rapporti sessuali anche ai detenuti del 41bis.

In realtà - come da fonti DAP - non si tratta di una iniziativa ministeriale ma bensì di una iniziativa di legge promossa dal Consiglio della regione Toscana e risalente al 2020; nello scorso mese di marzo la 5° commissione del Senato (Bilancio) “ha richiesto al ministero della Giustizia, tramite il Dipartimento per i rapporti con il Parlamento, una relazione tecnica su una stima di massima dei costi di realizzazione” dei suddetti spazi.

I tecnici di via Arenula, chiamati a rispondere, hanno trasmesso una valutazione orientativa dell’eventuale impatto economico dell’intervento; hanno rappresentato la necessità di differirne la realizzazione nel tempo e, in ogni caso, di non intaccare i fondi già stanziati per l’edilizia penitenziaria, destinataria di plurimi interventi. Il ministero non ha assunto alcuna iniziativa né ha espresso valutazioni politiche, ma è stato chiamato ad esprimere un doveroso supporto tecnico ad attività di tipo parlamentare.

“Allo stesso tempo, già dalla lettura della proposta di legge si evince come l’accesso a tali strutture sia incompatibile con il regime del 41bis, che presuppone rigidi controlli anche durante i colloqui”, affermano le fonti DAP.

Sulle pagine dei quotidiani nazionali si è aperto il dibattito, si fa per dire. “Una misura che permette ai detenuti di avere uno spazio a luci rosse (“casetta dell’amore”) dove ospitare partner o amanti occasionali e soddisfare i propri desideri sessuali” per alcuni, il rispetto del diritto costituzionale delle “relazioni affettive dei detenuti” per altri.

Sono avvilito ed amareggiato mentre riguardo le pagine di un numero di Life del 1941 che illustra positivamente la cronaca, con tanto di immagini, dell’incontro con la propria consorte, per una intera giornata, di un detenuto nel Penitenziario di Città del Messico.

Ritorno sulla stampa nazionale contemporanea - molta come sottolineato imprecisa ed abborracciata nella notizia - che illustra l’arretratezza che contraddistingue nei fatti, il nostro paese in tema di esecuzione penale ed ancora prima come stato di diritto; è anche l’immagine deprimente di una nazione composta di “bande” che si fronteggiano, piuttosto che di “classi” deputate a governare ed amministrare consapevolmente un paese.

Esporre i contenuti di chi svilisce e strumentalizza e di chi al contrario esalta e argomenta, per quanto mi riguarda diventerebbe un esercizio stucchevole e scontato. Ho progettato negli anni spazi detentivi per l’affettività (dove le mamme detenute possono vivere con i loro bambini in tenera età, dove le famiglie in carcere possono ricongiungersi per qualche momento di normalità nonostante il carcere, dove fare sesso con il proprio partner, dove ricevere assistenza insieme con i propri bambini in attesa di entrare in carcere per una visita con un proprio caro...), ho partecipato ai tavoli tecnici ministeriali che nell’ultimo decennio hanno indicato soluzioni per ridurre il solco che separa il nostro carcere ideale (quello della Costituzione) da quello reale (quello del sovraffollamento, delle strutture fatiscenti, dell’ozio, delle violenze…), ho visto quanto succede all’estero.

Ho avuto la soddisfazione di vedere concretizzate - almeno con la realizzazione dell’opera progettata - le istanze costituzionali e l’affermazione dei principi rispettosi della dignità della persona umana, che a vario titolo sperimenta il carcere.

Di contro ho verificato di persona i limiti dei tavoli tecnici e delle commissioni ministeriali - per lo più “vuoti a perdere”, dove le rinunce - esclusivamente per logiche elettorali - prevalgono rispetto all’affermazione di delibere operative contrarie. I miei amici, profondi conoscitori del carcere e dell’”universo” che gli gravita intorno, certamente più consapevoli di me, tratteggiano per il nostro carcere una via senza ritorno, al punto di un loro disimpegno e di rinuncia al dibattito.

Non condivido quelle posizioni perché la rinuncia non mi è congeniale e perché continuo a credere nel valore degli ideali e del libero pensiero, e che l’umanità, nonostante tutto, meriti attenzione. Tanto più leggo sui giornali dell’affettività in carcere ridotta all’atto di “scopare” e assisto a rinunce per puro calcolo elettorale (mi riferisco in questo caso ai recenti naufragi dei lavori degli Stati Generali dell’esecuzione penale e della “Commissione Giostra”), tanto più si rafforza in me la convinzione del valore di tenere vivo un pensiero e di non disdegnare nessuna occasione per affermarlo e tramandarlo.

*Architetto