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di Luca Roberto

Il Foglio, 17 aprile 2026

Roma. Son stati lì fino a tarda sera a votare emendamento per emendamento, aspettando che si dipanassero i dubbi anche sull’ultimo paio di articoli, il 27 e il 30, dove erano state presentate proposte di modifica e su cui, però, la commissione Bilancio aveva acceso un faro. Il via libera del Senato al dl sicurezza, alla fine, arriverà questa mattina. Ma l’interruzione e i ritardi, uniti al fatto che il testo arriverà alla Camera blindato, visto che il governo ha deciso di mettere la fiducia in vista del voto in Aula previsto per il 21 aprile, raccontano parecchio del clima di tensione che si respira in maggioranza.

A un certo punto ieri a Palazzo Madama c’è stata anche qualche incomprensione tra i senatori leghisti e quelli di Fratelli d’italia, che non s’erano intesi sul perché non stessero riprendendo i lavori. Tra le novità previste dal dl il rafforzamento delle zone rosse (chiesto da Forza Italia), un inasprimento delle pene per gli scippi in strada e i furti in casa (a prima firma Lega), ma anche il sequestro preventivo dei contenuti online e l’oscuramento dei profili social (richiesto sempre dalla Lega). Ma viene anche meglio circostanziato l’uso dei coltelli: viene esteso il divieto, per esempio sui mezzi pubblici, con un emendamento presentato da Noi moderati. Mentre si consentono deroghe di possesso per la caccia. Ci sono sanzioni (con arresto) nei confronti dei parcheggiatori abusivi. Ed estensioni di tutele per il personale della scuola e del trasporto pubblico. Dal Carroccio però festeggiano soprattutto l’approvazione di una norma che elimina lo spaccio di “lieve entità”. Con le opposizioni che già denunciano effetti “drammatici” sul sovraffollamento delle carceri.

I ritardi sul decreto sicurezza dovuti ad approfondimenti di bilancio non sono neppure una novità. Del resto, quando il decreto era stato licenziato dal governo, lo scorso febbraio, s’era dovuta aspettare per diverse settimane la bollinatura della Ragioneria, dopo che anche il Quirinale aveva mosso dei rilievi su alcuni articoli (e si racconta che anche in questo caso su alcune proposte sia stato ventilato qualche dubbio dal Colle). Fatto sta che al contempo s’è aperto un nuovo fronte, sempre sulla sicurezza. In queste ore, infatti, il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha scritto una lettera al presidente della Toscana Eugenio Giani comunicando la volontà del governo di aprire un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) nel comune di Aulla, in provincia di Massa Carrara. “Per me è un oltraggio alla Lunigiana andare lì a fare il Cpr.

È un grande errore e un grande sbaglio e io per quello che posso mi opporrò ed esprimerò il mio parere contrario”, ha risposto pubblicamente Giani senza troppi giri di parole. Si tratta di una grana non da poco perché i Cpr, nella strategia del governo, dovevano servire a incrementare il numero di rimpatri che, come abbiamo raccontato sul Foglio, sono ancora inferiori a quelli effettuati durante i governi precedenti. Di qui la scelta di aprirne uno in Toscana, uno in Emilia-Romagna, e di voler riaprire quello chiuso nel 2023 a Torino.

Solo che, nonostante in linea di principio il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale si fosse detto disponibile a dialogare, anche in quel caso il tavolo non ha avuto sviluppi. In aggiunta, Pd e Avs hanno organizzato settimana scorsa una conferenza stampa per chiedere al sindaco di Milano Beppe Sala di chiudere il Cpr della città, in Via Corelli, uno dei 10 attualmente operativi in Italia. Un quadro particolarmente confusionario che si aggiunge alla grande insoddisfazione del governo, soprattutto della premier, per il funzionamento a singhiozzo dei centri in Albania. Quelli che “funzioneranno”, da promessa di Meloni. In effetti una qualche ripopolazione dei centri c’è stata, a detta degli stessi esponenti dell’opposizione che vi hanno fatto visita. Ma in questo momento ospiterebbero soprattutto persone (circa 90) già destinatarie di decreti di espulsione. E che quindi prima o poi saranno rimandate in Italia per poter essere espulse. Proprio dei centri Meloni ha parlato anche ieri ricevendo il premier Edi Rama a Palazzo Chigi. Insomma era stata la stessa premier a dire, intervenendo in Parlamento, che sulla sicurezza “mi aspetto molto di più”. L’impressione è che non basterà l’approvazione del decreto sicurezza. E che al suo ministro dell’interno, prima o poi, tornerà a farlo presente.