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di Daniele Piersanti

iltrafiletto.it, 3 gennaio 2026

Il carcere di Castrogno raccontato da un “civile” che lo ha visitato. Varcare il primo cancello di un carcere ha una sequenza ordinaria di passaggi: un documento, un controllo ed entri. Quando però la porta si chiude alle spalle, l’aria cambia densità. È come se il mondo fuori restasse appeso per un attimo all’ultima vibrazione del metallo. Da lì in poi, il tempo si ferma. Il 27 dicembre ho visitato la Casa Circondariale di Teramo, Castrogno, per l’annuale appuntamento del “Natale in carcere” promosso dal Partito Radicale, su loro invito. Essere lì da giornalista non è stato un privilegio ma impegno per riportare a chi è fuori, cosa i miei occhi hanno visto, senza trasformare quella realtà in una cartolina fredda e lontana di luoghi.

Insieme a me è entrata una delegazione composta da Ariberto Grifoni, consigliere generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, e da un gruppo di avvocati: Stefano Sassano, Libera D’Amelio, Elena Concordia, Maria Magda Di Taranto, Monica Passamonti, Massimo Ambrosi. Persone abituate alle carte, alle aule, alla lingua della legge. Ma davanti a quelle porte, anche il diritto cambia consistenza: diventa materia. Qui non si discute in astratto. La pena ha un suono, un odore, una temperatura. “Dentro” non è una parola, è una condizione.

Castrogno è una struttura critica. I numeri, prima ancora di diventare racconto, sono un macigno: circa 470 detenuti contro una capienza di 255 posti, un indice di sovraffollamento del 183%. Numeri che sulla carta possono restare freddi, ma che lì all’interno diventano pressione quotidiana, attrito continuo, fragilità che si accumulano. E quando l’affollamento è così, tutto il resto fatica a respirare: le procedure, gli spazi comuni, i tempi d’aria, l’accesso alle attività, perfino la calma. A questa compressione si somma la carenza di personale: mancano agenti di polizia penitenziaria, mancano sanitari, mancano educatrici. Non è una nota a margine: è la differenza tra un sistema che prova a governare la complessità e un sistema che rischia di inseguire l’emergenza, giorno dopo giorno, fino a farla diventare normalità.

Il percorso si snoda in quattro sezioni maschili. Distaccata da quest’ultime, il ramo femminile, quasi un mondo nel mondo. “Sezione” è una parola neutra, amministrativa, ma ogni piano è una geografia emotiva: corridoi che sembrano non finire e porte che si ripetono come un ritornello metallico. Camminare tra quei varchi significa imparare una grammatica diversa, fatta di attese e procedure studiate. Un agente si avvicina, una chiave gira, un cancello si apre, poi si richiude, e prima che si apra il successivo passa sempre un istante che ti resta addosso. È sicurezza, è ripetizione, è organizzazione. Ma è anche un messaggio fisico: qui nessuno si muove da solo, qui ogni gesto è autorizzato, qui la libertà non è un’idea morale, è spazio.

Tra le cose che colpiscono, e che è giusto dire con precisione, c’è un dato concreto sulle celle: due detenuti per ogni “alloggio”. Per quanto resti un carcere, sono spazi consoni a due individui, non un accumulo indistinto. È un dettaglio che conta, perché la dignità passa anche da misure minime e strutturali: aria, luce, distanza, possibilità di non calpestarsi. Ma poi si capisce subito che nessun dettaglio, da solo, può reggere l’urto dei numeri complessivi e della carenza di personale. Un carcere non è solo una cella. È un sistema. E un sistema vive o crolla sulla tenuta complessiva: sulla sanità, sull’educazione, sulla mediazione, sulle attività, sulla capacità di intervenire prima che un disagio diventi tragedia.

Parlando con le guardie si percepisce una stanchezza che non chiede pietà ma comprensione. Non ci sono figure da romanzo, non c’è il cattivo stereotipato, non c’è la divisa ridotta a caricatura: c’è un lavoro difficilissimo, fatto di equilibrio continuo tra fermezza e umanità, tra regola e gestione dell’imprevedibile. La chiave, in mano loro, non è solo un oggetto: è una responsabilità. E capisci che anche chi lavora qui dentro vive una doppia appartenenza: fuori dalla vita dei detenuti, ma dentro la struttura; fuori dalla pena, ma dentro i suoi effetti. Anche loro escono e rientrano, ma si portano addosso un rumore che non si spegne subito.

Poi ci sono gli sguardi dei detenuti. Li incontri nei corridoi, negli spazi comuni, a distanza regolata ma non a distanza di occhi. Ed è lì che ti accorgi che il carcere non è fatto solo di muri: è fatto di volti. Ogni faccia è una biografia che non conosci e che tuttavia senti pesare, come se avesse il diritto di non essere ridotta a un numero di matricola o a un capo d’imputazione. Guardare negli occhi un detenuto non significa giustificare, non significa cancellare, non significa assoluzione.

Eppure, anche dentro un luogo così critico, anche dentro numeri che schiacciano e carenze che indeboliscono, esiste uno spiraglio che non passa dalle chiavi. Passa dai percorsi. I detenuti hanno possibilità di “redenzione” non come parola religiosa, non come scorciatoia emotiva, ma come strada concreta: studiare, lavorare, frequentare corsi, anche ricreativi, come canto o teatro. Non sono ornamenti. Sono strumenti. Perché la pena che non offre alternative produce solo ripetizione; la pena che costruisce competenze e disciplina, che restituisce un linguaggio e un ritmo, può diventare una possibilità reale di cambiamento. Persino un laboratorio teatrale, persino un corso di canto, in un luogo dove tutto tende a spegnere l’identità, è un modo per rimettere insieme pezzi di umanità e responsabilità: imparare a stare in un gruppo, a rispettare tempi e regole, a riconoscere un limite, a dare un nome alle emozioni invece di scaricarle.

Il passaggio verso la sezione femminile cambia l’atmosfera ma non cambiano gli errori. Per molte donne il carcere non interrompe soltanto una quotidianità, interrompe un tessuto di relazioni spesso già fragile, e lo stigma fuori - quello che aspetta al ritorno - a volte è più feroce, più definitivo, più “incollato” addosso, come se l’uomo sia quasi “più scusato” perché “da lui te lo aspetti”.

In mezzo a tutto questo, la cornice del “Natale in carcere” non ha nulla di folkloristico. Non è un gesto per la foto. È una scelta civile: entrare dove di solito non si entra, guardare ciò che di solito si evita, portare attenzione in un luogo che vive di invisibilità. Perché il carcere, in Italia, diventa argomento pubblico a ondate: una rivolta, un suicidio, un fatto di cronaca. Poi la luce si spegne e resta la quotidianità. Ma qui la quotidianità è fatta di persone e fragilità, di turni e nervi, di mancanze che, sommate, diventano rischi. Quando esci, il mondo riprende il suo rumore normale, auto, telefonate, passi veloci ma con una domanda da trasmettere ai lettori: la sicurezza, in una società, si ottiene aumentando le sbarre o aumentando le possibilità di cambiare?