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di Diana Pompetti

Il Centro, 29 luglio 2024

Dall’inizio dell’anno tre detenuti si sono uccisi e per Antigone il carcere di Teramo è come quello di Napoli Poggioreale: “Qui la professionalità di polizia e operatori salva le vite, ma la pena non può essere solo il carcere”. Quando si parla di diritti e Costituzione spesso, in questo Paese, le interpretazioni vanno in direzioni opposte. Succede per un sistema penitenziario che - tra sovraffollamento endemico delle celle, personale che manca, finanziamenti inadeguati e continui richiami del Consiglio d’Europa - rende sempre più arduo, quando non impossibile, un percorso di rieducazione che per la Costituzione dovrebbe essere garantito a tutti. Con i suicidi a cancellare vite.

Nel carcere di Castrogno e in tanti altri come di recente ha raccontato il rapporto di Antigone che, proprio per il numero di detenuti che hanno deciso di togliersi la vita, ha messo l’istituto teramano al primo posto in Italia insieme a quello di Napoli Poggioreale. Ma per la direttrice del penitenziario Lucia Avantaggiato “non c’è un caso Castrogno”. Da pochi mesi a Teramo con alle spalle 32 anni di attività in vari istituti penitenziari tra cui Lanciano e nel Dap, ha la consapevolezza di quel senso dello Stato che con cuore e coraggio può far cambiare le cose. Giorno dopo giorno.

Esiste un caso Castrogno per numero di suicidi tra i detenuti?

“Il carcere di Teramo non è un caso meritevole di cronaca per il numero di suicidi che nei primi sei mesi dell’anno sono stati tre. È un caso, sì, ma di eccellenza perché per tre suicidi 100 ne sono stati evitati. Il dato deve essere sempre contestualizzato, interpretato. Il contesto è fatto di persone portatrici di grande sofferenza anche psichica e psichiatrica. Voglio dire grazie alla professionalità e all’attenzione di operatori e polizia penitenziaria, tutti capaci di stare accanto al male, al crimine, alla disperazione, alla follia, trasformando le ferite in feritoie attraverso cui possa entrare la luce della speranza. Il carcere interviene dove tutto ha fallito, ma diventa anche opportunità di cambiamento. Tutto il personale svolge in situazioni estreme incomprensibili un lavoro difficilissimo a stretto contatto con il male, con la follia, con il disagio, con la disperazione e lo fa con professionalità, spirito di servizio e grande umanità. Molti sono i tentativi di suicidio, i propositi non compiuti perché intercettati e neutralizzati dagli operatori e molto è imputabile alla disperazione, all’assenza di speranza, alla malattia mentale, alla depressione”.

Il carcere è in grado di dare risposte?

“Il carcere fa tutto quello che può fare sia pure tra infinite difficoltà ed avversità. Vengono garantiti, ripeto pur se tra mille difficoltà, sostegno psicologico, psichiatrico, educatori, servizio sociale, volontari, religione, attivazione di risorse, soddisfacimento di bisogni personali e familiari, soluzione di problemi. Viene fatto l’impensabile per garantire ogni diritto previsto dalla Costituzione in un carcere che deve garantire soprattutto rieducazione”.

Se tutto questo viene garantito che cosa non funziona? Quali possono essere le cause?

“Molti dei detenuti che oggi sono in carcere non dovrebbero stare in carcere. Il carcere deve essere l’estremo rimedio. Invece, devo dire, che la magistratura usa con grande disinvoltura il carcere. Non ne conosce il senso. Un carcere inflitto a chi ha solo 21 anni per violazione della prescrizione del divieto di dimora non solo non serve, ma è devastante, preclude ogni possibile positiva evoluzione di personalità. Sempre che la fragilità non sfoci in disperazione e suicidio. L’articolo 27 della Costituzione usa il plurale “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. La magistratura vede solo il singolare. Solo carcere. Per tutto e per tutti. Indifferenziato. Così non fa né sicurezza sociale né rieducazione. Deve funzionare la prevenzione. Il carcere va riportato nel giusto perimetro”.

Cosa pensa del nuovo decreto legge sulle carceri che secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrebbe ridurre il sovraffollamento?

“Non credo possa servire a cambiare”.