Il Centro, 22 settembre 2026
La sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari. Un videogioco può diventare molto più di un passatempo. Può insegnare a perdere senza arrendersi, a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a fidarsi di una squadra, a creare legami. E, in un ambiente come il carcere, può addirittura diventare uno strumento per prepararsi a tornare nella società. Questa è la sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari e degli istituti penali minorili italiani. “Ma stiamo lavorando anche per uscire dal paese”, racconta Moretti, “siamo in contatto con gli Stati Uniti, la California”.
Ricostruire comunità, ritrovare connessione, uscire dalla routine totalizzante dell’istituzione. È in questo spazio che si inserisce Esports per Tutti, progetto sperimentale avviato nel carcere di Castrogno, a Teramo, da Abruzzo Esports, con il sostegno di una fondazione locale e della direzione dell’istituto. Un percorso che mette insieme competenze digitali, attività sportiva, formazione, supporto psicologico e ricerca scientifica, con un obiettivo preciso: trasformare il tempo della detenzione in un’occasione concreta di crescita e di rinascita. L’idea nasce nel 2020, durante i mesi più complicati della pandemia Covid19. La domanda dalla quale tutto è iniziato è stata: come può uno strumento quotidiano come il videogioco diventare un mezzo di riscatto? “Formazione, digitale e sport: è un modello inclusivo e accessibile a tutti”, spiega Moretti, “l’obiettivo non è sostituire i percorsi educativi tradizionali, ma ampliarli perché succede che si limitino allo studio o a mestieri classici come imparare a fare il pizzaiolo, per offrire strade nuove e competenze spendibili nel mondo di oggi. Il mondo sta cambiando”. Il riscontro è arrivato rapidamente, il programma ha coinvolto 16 detenuti per sei mesi, alternando tre componenti: formazione motivazionale, attività sportive reali e tornei digitali.
Al centro ci sono le cosiddette soft skills: rispetto delle regole, capacità di lavorare in gruppo, gestione delle relazioni e, soprattutto, controllo delle emozioni davanti alla sconfitta. “Durante il percorso proponiamo sedute di self-talk e lavoriamo sugli aspetti motivazionali”, prosegue Gabriele, “nelle prime fasi capita che qualcuno si arrabbi ed esca di getto per andare a fumare. È un ambiente complesso, ma le reazioni si possono trasformare se l’ambiente diventa stimolante”. La struttura delle sessioni è pensata proprio per questo: una parte formativa, didattica ed educativa, seguita dalla pratica e dall’attività video-ludica. Anche l’auto-arbitraggio diventa rieducazione emotiva, con il supporto degli psicologi, Stefano Carinci ed Enza Dimilta. “Fino a oggi, non si è mai verificato un singolo incidente”, ci tiene a sottolineare Gabriele. Pur vivendo in un ambiente saturo di norme, i detenuti percepiscono le regole del gioco come una liberazione perché sono volontarie, reciproche e trasparenti. “Fuori si sente spesso dire che bisogna buttare la chiave”, conclude, -”ma c’è tanta ignoranza. Qui dentro ci sono ragazzi finiti nei guai per piccoli reati o spaccio che spesso non sono mai stati ascoltati da nessuno”.









