di Giorgio Paolucci
Avvenire, 27 maggio 2025
Il progetto “Osmosi”: durante l’anno i ragazzi fuori hanno inviato ai reclusi foto e cartoline come segno di amicizia. Più che un suggerimento, è un’invocazione accorata. “Ragazzi, non fate come noi. State lontani dalle strade su cui ci siamo avventurati. E ricordate che il confine tra bene e male è più sottile di quanto comunemente si pensa. Noi l’abbiamo varcato quel confine, a volte senza neppure rendercene conto, e ne stiamo pagando le conseguenze qua dentro”. È proprio un’invocazione quella che arriva dai detenuti della Casa circondariale di Terni, dove si consuma l’ultimo atto del progetto Osmosi che li ha visti protagonisti insieme a un gruppo di studenti dell’Ipsia Pertini della città. In verità, studenti sono pure loro: frequentano in carcere la sezione staccata dell’istituto, hanno sulle spalle il peso di reati che li hanno portati in cella.
Nel teatro del carcere si sono ritrovati insieme ai ragazzi e a un gruppo di migranti che frequentano il CPIA (Centro provinciale istruzioni adulti). Tre mondi solo apparentemente lontani, ma che hanno tanta umanità da mettere in comune, tante domande alle quali rispondere partendo dalle reciproche esperienze: che valore hanno lo studio, il tempo, il rapporto con l’altro? Cosa significa libertà? Perché si prendono strade sbagliate? Come ci si rimette in gioco?
Nell’incontro conclusivo del progetto, cominciato nel mese di ottobre, a tenere la scena sono i detenuti. Raccontano gli errori commessi, la presa di coscienza del male procurato alle vittime, l’aiuto ricevuto in carcere per avviare un cambiamento, le condizioni in cui si vive la detenzione, la speranza di tornare liberi. Ahmed, tunisino con uno spiccato accento romanesco, non riesce a trattenere le lacrime mentre racconta la sua storia di gran lavoratore, proprietario di un peschereccio, una bella famiglia, tutto a posto…. fino al momento in cui le sostanze diventano padrone della sua esistenza, annichiliscono la volontà, bruciano il cervello, e la vita va a rotoli. La permanenza in una comunità terapeutica sembra l’ancora di salvezza, ma quando esce il demone si impadronisce nuovamente di lui e lo porta a commettere reati. “Ed eccomi qua, a scontare la mia pena e a scongiurarvi di stare alla larga da quello schifo, a non illudervi di poter dire “smetto quando voglio”. Ma anche a testimoniare che si può ripartire”.
Tra gli studenti-migranti del CPIA c’è chi racconta il viaggio nel Mediterraneo e la paura di annegare, chi promette di “aiutare come potrò il popolo italiano che mi ha accolto con generosità”, chi sogna di realizzare un’iniziativa “per dare l’acqua ai villaggi del mio Paese”. Il progetto Osmosi ha invitato a riscoprire il valore di un oggetto quasi sconosciuto nell’era di whatsapp e di Instagram, eppure prezioso per chi come i detenuti non può accedere alla Rete: la cartolina. E così gli studenti “fuori” durante l’anno hanno inviato delle foto-cartoline di alcuni luoghi-simbolo di Terni per testimoniare la vicinanza ai reclusi. I quali, ricevendole, si sono sentiti gratificati da un’amicizia che li accompagna nei lunghi giorni della detenzione, quando il mondo esterno rimane un pianeta lontano. Basta poco, una cartolina, per sentirsi importanti.
“L’empatia che si è creata tra questi mondi è il frutto più gratificante del progetto - commenta Claudia, una delle insegnanti che lo ha promosso -. I ragazzi hanno scoperto un mondo molto diverso dalle semplificazioni mediatiche e hanno percepito quanta umanità e quanta voglia di riscatto pulsa in questi luoghi. I ristretti hanno imparato a scoprire se stessi, ad esprimere con poesie e componimenti il desiderio di positività che portano nel cuore e si sono messi in gioco. Matteo mi ha confidato: “Prof, scrivendo sto svuotando tutti i cassetti…”.
Il racconto del passato criminale e della voglia di cambiare è diventato una leva educativa nei confronti dei giovani. Per prevenire i fenomeni di devianza che nel nostro territorio stanno crescendo, la medicina migliore si è rivelata la testimonianza. Ed è emerso il valore di una parola troppe volte banalizzata e che invece è la chiave di uno sguardo positivo sulla realtà: incontro”.











