di Nicoletta Gigli
Il Messaggero, 28 dicembre 2025
Il progetto dell’istituto Ipsia Pertini ha la regia di Michela Carobelli. “Questo spettacolo nasce dall’ambiente in cui viviamo e dalle nostre condizioni: mancanza di libertà, emarginazione, isolamento. Il teatro, come la musica, è libertà. Ed è di tutti. Con questa rappresentazione vogliamo sentirci liberi e portarvi con noi. Vi parleremo di musica e di ballo, espressione di quella libertà, di un ballo inizialmente proibito e denigrato perché nato nei bassifondi di una grande città e vi parleremo del sud Italia, così simile in molti quartieri a quelli di Buenos Aires in cui è nato il tango. Dalla periferia emarginata è diventato il cuore pulsante di una nazione ed ha avuto il suo riscatto, lo stesso a cui punta ciascuno di noi”. Inizia così, nel teatro del carcere di Terni, la messa in scena della pièce “Quasi un musical” realizzata a coronamento dell’attività trattamentale del laboratorio di scrittura scenica e recitazione iniziato in estate grazie al progetto dell’istituto Ipsia Pertini in collaborazione con l’area educativa della struttura penitenziaria.
La commedia musicale è stata scritta dalla docente-regista Michela Carobelli insieme agli stessi detenuti che sono anche interpreti, scenografi e tecnici del suono. Ospite d’eccezione dello spettacolo l’attrice ternana Cecilia Di Giuli, la cui consulenza e collaborazione sono state preziose per aiutare i detenuti a comprendere come calarsi nei ruoli, come lavorare sul proprio corpo e affrontare l’ansia del palcoscenico. Il percorso creativo ha permesso ai corsisti di ascoltarsi, confrontarsi, mettersi in discussione all’interno del gruppo di lavoro, di sperimentare le proprie capacità musicali e la propria sensibilità. “Quasi un musical” si svolge un quartiere popolare di Napoli tra la barberia e il bar, dove la quotidianità viene interrotta dall’arrivo di alcuni ballerini di tango - sul palco hanno ballato il noto maestro Ermanno Felli e i suoi allievi Francesca Passini e Corrado Monaco - e i discorsi scanzonati tra uomini si arricchiscono di sfumature amare e profonde sulla vita e di riflessioni su quanto alcune gravi responsabilità individuali possano essere condizionate dall’ambiente socioculturale a cui si appartiene.
“La grande emigrazione italiana di fine ‘800 inizio ‘900 in Argentina ha arricchito di talenti una cultura locale, quella di Buenos Aires, già fortemente impressa dalla cultura africana. E in questa miscela sparsa nei sobborghi della grande città, nei quartieri poveri, tra i dimenticati della terra, ma ricca di creatività e voglia di riscatto sociale nasce il tango, prima come musica e poi come ballo, così come oggi lo conosciamo” ha spiegato Ermanno Felli che a Buenos Aires ha vissuto e ne conosce bene la geografia culturale. Sullo sfondo di piazza del Plebiscito nella scena finale della pièce “il tango argentino ricorda che a volte anche solo un abbraccio può salvarci dall’abisso - dice Michela Carobelli. Nel “quasi musical” come nella vita”.










