di Emanuele Lombardini
Avvenire, 21 gennaio 2024
La sfida è di quelle ambiziose: provare a sopperire alle lacune di un sistema giudiziario che - soprattutto per mancanza di risorse e personale - non riesce più a garantire quel fine rieducativo della pena previsto dalla Costituzione. Un fine nobile, reso ancora più importante dal fatto che il progetto nasce da una iniziativa della provincia serafica dei frati minori di Assisi. Da qualche mese è attiva nel Ternano la casa accoglienza per detenuti “Il Leccio di Disma”, ubicata all’interno del convento del Beato Antonio Vici, a Stroncone.
Non è un caso che il progetto parta proprio da Terni. Avvenire ha raccontato, qualche settimana fa, del triste record nazionale del carcere umbro per numero di suicidi in cella nel 2023. Proprio in questi giorni la struttura è finita di nuovo sotto i riflettori per una violenta rissa fra detenuti che ha portato al ferimento di uno di questi e all’aggressione di due agenti con l’olio bollente, che non è sfociata in tragedia soltanto per la prontezza di riflessi degli operatori. Padre Danilo Cruciani, guardiano del convento che gestisce la casa di accoglienza sottolinea: “Confrontandoci con il cappellano del carcere, padre Massimo Lelli, abbiamo capito che lì c’era un’esigenza specifica e noi stiamo provando a fare la nostra parte, con i nostri soldi e la generosità del nostro ambiente”.
Un lavoro certosino, perché i detenuti (la struttura ne ospita al massimo 4 per volta) vengono seguiti da psicologi ed esperti e da una insegnante di italiano, oltreché dall’esecuzione penale esterna del ministero della Giustizia. Ma non c’è solo questo: “Quello che noi proviamo a fare - spiega padre Danilo - è mettere nella condizione, questira - gazzi, di essere pronti, una volta scontata la loro pena, ad un reinserimento nella società e nel mondo del lavoro. Adesso partiremo con un corso di agricoltura, al quale inviteremo anche altri detenuti del carcere, ma il nostro desiderio è ascoltare le esigenze delle imprese del territorio per provare a fornire loro delle professionalità già formate.
Per esempio c’è grande richiesta di falegnami e noi vorremmo far partire un corso di questo tipo. Abbiamo già avviato anche un orto, a breve partiremo con la potatura ed il giardinaggio”. Per questo motivo “Il Leccio di Disma” ha avviato una rete di contatti con le associazioni del territorio. Attraverso una di queste, “Demetra; i detenuti vengono impiegati nella pulizia dei boschi. Ma l’aspetto più importante, come sempre è il calore umano, che all’interno del carcere manca: “I ragazzi vengono qui, vivono l’aspetto comunitario del convento e noi cerchiamo di coinvolgerli - dice padre Danilo - perché quello che abbiamo riscontrato è che a parte i delinquenti abituali, molti di questi ragazzi diventano criminali e lo rimangono perché non hanno alternative”.
Emblematico un aneddoto: “Loro si accorgono che venendo qui sono seguiti e viene data loro l’occasione di redimersi. Un ragazzo nigeriano che sta con noi da qualche settimana me l’ha fatto notare mentre lo accompagnavo al lavoro. Mi ha detto: “Io sono in Italia da 6 anni e nessuno si è mai interessato a me, nessuno mi ha mai offerto un’occasione. Voi siete i primi”“. L’accoglienza è già nel nome della struttura: il leccio è l’albero davanti al convento, mentre Disma è il nome che la tradizione assegna al “buon ladrone’,’ segno che la salvezza di Gesù può arrivare a ogni uomo, in ogni momento della vita. A muovere il progetto, del resto, sono le parole del Vangelo di Matteo al capitolo 25: “Tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”.
“La nostra convinzione - spiega padre Cruciani - è che una società che dispone di adeguate reti di reinserimento dei detenuti è una società più giusta, più sicura e più vicina a Cristo. Noi siamo una goccia nel mare, come ci hanno detto i responsabili dei penitenziari di Terni, Spoleto e Rieti, che sono intervenuti al taglio del nastro: vorremmo fare in modo che queste gocce aumentassero”.










