di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 12 settembre 2023
Nel carcere milanese i marocchini sono 200 su un totale di 886 detenuti, contando gli italiani e tutti gli altri. Tutti hanno parente in Marocco e il senso di impotenza è ancora più grande.
La cella (cioè, adesso tecnicamente si chiamano “camere di pernottamento”) in cui il giovane marocchino Rachid dorme da parecchi mesi nel carcere di San Vittore non è male come compagnia: con i suoi compagni di detenzione è sempre andato d’accordo. Ma da sabato loro gli sono particolarmente vicini. Per carità, si tratta di parole, più di tanto i compagni non possono fare per lui. Eppure in carcere anche solo le parole contano molto, specie in momenti come questi: nelle prigioni italiane ci sono complessivamente (la cifra è aggiornata al 31 agosto scorso) 18.114 detenuti stranieri, di cui 738 donne, su un totale di 58.428 persone. Di quei quasi ventimila stranieri 3.848 (38 donne) sono di nazionalità marocchina. Vuol dire il 20 per cento, uno su cinque. La nazionalità straniera più numerosa nelle carceri italiane.
Ma a San Vittore in particolare la percentuale è ancora più alta, perché lì i marocchini sono 200 su un totale di 886 detenuti, contando gli italiani e tutti gli altri. Praticamente tutti quei 200, così come i 20mila delle altre carceri in Italia, hanno ovviamente almeno una parte dei loro familiari e amici in Marocco. Con tutte le difficoltà di avere notizie sulla loro sorte, dopo la scossa da cui il Paese è stato devastato sabato scorso, che in questi giorni hanno quasi tutti i marocchini all’estero. Ma con in più per loro il fatto, va da sé, di essere in galera. “E il senso di impotenza totale verso i tuoi cari quando il tuo Paese viene stravolto da una catastrofe - dice Rachid - è la pena maggiore che puoi provare se ti trovi in prigione”. Una luce in mezzo al buio, almeno a San Vittore, è stata la possibilità - per chi lo ha chiesto - di telefonare dal carcere ai propri familiari in Marocco per fare la domanda che come sempre è l’unica che conta veramente in questi casi: “Come state?”, e aggrapparsi alla speranza dell’unica risposta che in questi casi si vuole sentire: “Bene, ci siamo ancora tutti”.
Dalla direzione della casa circondariale milanese fanno sapere che in realtà le richieste non sono state tantissime, almeno finora, se non altro perché buona parte dei detenuti marocchini presenti nell’istituto ha ormai i propri punti di riferimento anche affettivi in Italia. Ma coloro che hanno voluto sentire la voce dei propri familiari in Marocco, conferma la vicedirettrice Elisabetta Palù, hanno potuto farlo: agevolazione che anche da un punto di vista tecnologico aveva potuto fare un notevole balzo in avanti nel primo periodo del Covid, altra circostanza drammatica in cui la possibilità di aver notizie di prima mano dall’esterno sulle proprie famiglie aveva rappresentato una svolta. Proprio per questo, da allora in poi, è stata conservata e promossa. E ancora per questo - si può dire almeno finora, a tre giorni dal sisma dell’Atlante - il clima all’interno del carcere si è conservato tranquillo. In attesa di vedere se anche questa volta, come era successo appunto durante la pandemia, dal mondo delle carceri si muoverà una nuova raccolta di aiuti a favore di chi è rimasto segnato dalla nuova tragedia.










