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di Francesca Sforza


La Stampa, 3 novembre 2020

 

In tutto il Continente nel mirino i valori di democrazia e libertà. "Speravo di non dover fare questo discorso", diceva ieri pomeriggio il presidente austriaco Alexander Van der Bellen in un accorato appello alla nazione. Chiedeva agli austriaci di essere all'altezza della situazione: "Mostriamo che appartenere a una comunità non è un'espressione priva di senso", e di prepararsi a sopportare l'arrivo di un nuovo e duro confinamento: coprifuoco notturno, alberghi e ristoranti chiusi, così come i cinema, i musei, le associazioni sportive.

Due ore dopo, l'inferno. Un attacco terroristico diretto al cuore dell'Europa ed entrato dall'Austria dopo aver colpito la Francia, con una consequenzialità che è tanto più raggelante nella misura in cui non ne venisse confermata l'effettiva contiguità. Sì perché sarebbe il segno di qualcosa di più profondo, che attacca le società democratiche nelle loro libertà, ovvero in ciò che vi è di più fragile da difendere con la forza.

La seconda ondata della pandemia ha ridato fiato al processo corrosivo che era già stato sperimentato l'inverno scorso, facendo sollevare uno scontento comprensibile, ma più rabbioso. E la corrosione, a guardar bene, era cominciata anche prima della pandemia, con i tanti appelli all'intolleranza, con le chiamate alla chiusura dei confini - quando ancora non sapevamo veramente cosa significava chiuderli sul serio - e con le politiche che soffiavano sul fuoco delle disuguaglianze. Con il virus la situazione è peggiorata: ci siamo dovuti chiudere per davvero, il distanziamento sociale è diventato un obbligo, ci siamo dovuti fare stranieri gli uni agli altri, per poterci salvaguardare. E oggi, con la seconda ondata - prevista e al tempo stesso sottovalutata, come se il non credere alle evidenze fosse ormai diventata un'abitudine - è tornato lo scontro di civiltà, tanto prepotente da far pensare che in fondo non fosse mai stato superato.

Era lì che covava, proprio come il virus. I modelli di integrazione sperimentati dalle società europee hanno sostanzialmente fallito, e l'errore, di nuovo, è stato pensare che si potessero risolvere entro i confini, non dialogando con i Paesi di origine. Ma la realtà è che lo scontro nella lontana Siria, con tutti i ricaschi avuti nell'intera regione in termine di sofferenze e profughi e campi rifugiati e fili spinati non è stato senza conseguenze.

Così come non lo è stato il mancato dialogo con Erdogan, capace solo di allontanare la Turchia dall'Europa e non di avvicinarcela. E certo che il dialogo è complicato, e che sarebbe bello parlare solo con quelli che ci sono amici e capiscono la nostra lingua, ma la sfida dell'integrazione è affrontare tutta questa scomodità, e renderla abitabile. L'alternativa va in scena a Vienna, così come è andata in scena a Parigi e a Nizza. L'Europa deve trovare il modo di rendere il linguaggio della solidarietà una lingua parlata, così come ha fatto mettendo in atto il "Next Generation Eu", altrimenti a prendere la parola saranno la violenza e l'odio, e la casa europea rischierà di andare in fiamme.