di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 20 ottobre 2025
La costituzionalista Lorenza Violini sulle riforme: “Serve un salto di qualità per rispondere ai bisogni”. Più decisi su coprogettazione e gestione condivisa. Un corso alla Cattolica di Milano. “Coprogettazione”. “Coprogrammazione”. “Amministrazione condivisa”. Certo, in teoria sono concetti che dovrebbero essere patrimonio comune almeno dal 2017 in cui venne pubblicato il Codice del Terzo settore. Concetti riaffermati con più forza dalla Corte costituzionale con la sentenza 131 del 2020: il perseguimento del bene comune non è pertinenza esclusiva del sistema pubblico ma può/deve essere progettato in collaborazione con il privato sociale. Eppure la traduzione in pratica è un’altra cosa.
Difficile?
“Sì”.
Funzionale?
“Molto”.
Finora lo si è fatto?
“Gli esempi riusciti ci sono stati eccome”.
Però?
“Serve un salto di qualità”.
Le risposte sono di Lorenza Violini, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale alla Statale di Milano.
Allora: perché la Consulta 2020 è stata importante?
“Perché ha messo nero su bianco l’esistenza di un legame diretto tra l’articolo 55 del Codice del Terzo settore e il 118 della Costituzione in cui si dice che le amministrazioni pubbliche devono favorire - cito - l’autonoma iniziativa di cittadini singoli e associati per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.
Cosa vuol dire?
“Significa costruire le attività di interesse generale partendo non dalla richiesta-fornitura di un servizio ma da un modello di amministrazione condivisa, alternativo a quello del profitto e del mercato, fondato appunto su coprogrammazione, coprogettazione e partenariato”.
E dal 2020 che è successo?
“Ci sono stati altri pronunciamenti della Corte. Per esempio nel 2022 e poi nel 2024. Tutti nella stessa direzione”.
Dove sta la difficoltà?
“In primo luogo nelle incertezze sulle regole che dovrebbero tradurre in percorsi praticabili nella prassi i princìpi fissati sulla carta dalle sentenze. Dove c’è incertezza giuridica il rischio dello scoraggiamento è sempre presente. Che in questo caso può unirsi al timore della responsabilità contabile”.
Cioè?
Per la pubblica amministrazione, che spesso pensa in modo intrinsecamente burocratico, un bando alla vecchia maniera è più semplice: mi serve questo, vediamo chi me lo può fornire. E poi c’è il fatto che ogni cambiamento richiede nuove competenze. Restare ancorati alla consuetudine consente un accomodamento generale secondo logiche di risparmio, ma il risultato finale - sul piano della qualità e dell’innovazione - può non essere all’altezza del bisogno a cui si deve venire incontro. E con una rinuncia preventiva alla creatività”.
Zero esperienze positive?
“Al contrario. Intanto va detto che negli ultimi dieci anni il Terzo settore ha fatto grandi passi avanti. E lo dicono i dati Istat, in termini di valore: nel campo dell’assistenza domiciliare, della cura degli anziani, del sociale. E poi perché ci sono esempi in cui i Centri servizi volontariato e il Forum del Terzo settore hanno unito le forze per raccogliere progetti facendoli arrivare in Regione e consentendo al pubblico di usare al meglio i fondi esistenti. Così sono state affrontate con progettazioni condivise diverse situazioni quali l’arrivo dei profughi dall’Ucraina, l’immigrazione, l’area dei diritti”.
Qual è il salto che serve?
“In parte è iniziato. Dopo la sentenza 131 sono arrivate norme regionali, poi comunali. Non ovunque: bisogna continuare. Ma il nodo è culturale. Formazione. I bisogni sociali saranno sempre più differenziati e le risposte dovranno essere altrettanto mirate. Solo una progettazione condivisa potrà costruirle, e proprio per questo la Fondazione per la Sussidiarietà e l’Università Cattolica promuovono ora la prima edizione del corso Governance e strategie per l’amministrazione condivisa, rivolta appunto a entrambi i fronti: Terzo settore e pubblica amministrazione”.
Formazione e poi?
“Beh, naturalmente poi serve la volontà politica: l’innovazione va sostenuta da chi ha il potere di decidere. Il che, certo, comporta anche rischi. Senza i quali però si resta fermi sempre”.











