di Carmelo Prestisimone
huffingtonpost.it, 14 novembre 2023
Con lui altri 3 ex giocatori come Donato Avenia, Federica Zudetich e Francesca Zara: “La palla a spicchi come strumento di inclusione”. Basket e carceri, la connessione è stata sempre solidissima. Dietro le sbarre sono finiti fior di giocatori, anche professionisti, in difficoltà. La palla a spicchi come mezzo d’inclusione anche al di là del muro. Una sorta di strumento di rodaggio utile per il reinserimento in società. Un’idea più vicina al tipo di cultura americana ma efficace anche nel vecchio continente.
Spike Lee nel suo “He got game” ha raccontato la parabola di Jake Shuttlesworth, ex cestista in prigione con un figlio talentuoso sul parquet. Ai primordi il basket si giocava sul selciato dei playground. Da Sing Sing ad Alcatraz, mai è mancato un canestro per riempire di svago le ore d’aria dei tanti detenuti. Stefano Attruia, negli anni 90 play dell’Italbasket, ha pensato bene di animare gli istituti di pena creando una selezione: The Cagers è il nome del progetto. Tra qualche mese sarà pronto sull’argomento un documentario prodotto da Pantera. Con lui altri 3 ex giocatori di pallacanestro come Donato Avenia, Federica Zudetich e Francesca Zara.
L’idea nasce, come accade spesso per le novità, per caso: “Ebbi qualche mese fa un incontro con i detenuti del carcere di Trieste - ha detto - ed incrociai un ex mio compagno di squadra ai tempi delle giovanili. Ci siamo messi a parlare e non la finivamo più. Tanti ricordi e nostalgia. E così è venuta fuori l’idea di un progetto che coinvolgesse tutte le carceri italiane ed i detenuti che in passato hanno giocato a pallacanestro”.
L’idea parte dal Friuli Venezia Giulia ma abbraccerà tutto lo Stivale: “Trieste sarà il quartier generale del programma ma noi stiamo girando tutto il paese per individuare 14-15 profili che comporranno il roster della squadra. Abbiamo già provinato 150 ragazzi”. Un’esperienza nuova anche per Attruia come per gli altri tecnici che non conoscono il mondo difficile delle carceri italiane spesso anche congestionate e dove la vita spesso diventa difficile come la gestione di alcuni casi: “Sappiamo di avere a che fare con storie umane molto diverse tra di loro. Ci aspetta una grande lavoro introspettivo, sotto l’aspetto delle relazioni umane. Sappiamo perfettamente come si mette in piedi una squadra di pallacanestro ma questa è evidentemente diversa. Dovremo imparare a conoscere la dimensione”.
Come hanno reagito i detenuti? “Molto bene, con grande entusiasmo. Portare in dote un pallone già alleggerisce, sgrava. Dovremo ascoltarli tanto, conoscere le loro corde e capire che tipo di bisogni hanno per poi calibrare l’attività agonistica. Non sarà una sola squadra di pallacanestro ma molto di più”.









