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di Aldo Grasso

Corriere della Sera, 9 aprile 2023

La serie diretta da Julian Jarrold e Elisa Amoruso tratta un tema difficile e spinoso come quello delle collaboratrici di giustizia con una scrittura molto coscienziosa. Per capire il senso delle polemiche suscitate dalla messa in onda di “The Good Mothers” bisogna partire da una constatazione: la serie diretta da Julian Jarrold e Elisa Amoruso è un ottimo lavoro.

Un tema difficile e spinoso come quello delle collaboratrici di giustizia è trattato con una scrittura molto coscienziosa, ricca di soluzioni linguistiche che trasfigurano una storia “vera” in un vero racconto. Senza entrare nel merito delle proteste di Giuseppina Pesce, l’idea che il personaggio che la rappresenta non abbia nulla a che vedere con la storia reale della protagonista è un pretesto fragile. Non solo perché il “realismo” è una poetica fra le altre (tra l’altro, la serie è tratta dal romanzo di Alex Perry), ma soprattutto perché “The Good Mothers” rende giustizia a storie “invisibili” senza alcuna fascinazione per il male.

Il crimine fa parte del “lato oscuro” della natura umana, e raccontarlo risponde al compito della narrazione, che è quello di “reinventare” la realtà, di sublimare i fatti veri con l’invenzione creativa. Il primo dovere di un autore non è copiare la realtà ma restituire la complessità del reale.