di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 settembre 2020
Intervista alla vedova del caposcorta di Falcone. "Quelle scarcerazioni nel pieno dell'emergenza Covid sono state un segnale devastante", dice Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone, Antonio, morto anche lui nell'attentato di Capaci.
"Non parlatemi di svista - ripete perché la lotta alla mafia deve essere fatta da persone competenti. E alla fine, tanti boss hanno lasciato il carcere, e noi familiari delle vittime siamo rimasti rinchiusi nel 41bis del nostro dolore, a scontare il vero ergastolo".
Il ministro della Giustizia Bonafede ha provato a mettere un argine alle scarcerazioni con un decreto che ha già riportato in cella 111 pericolosi mafiosi. Come valuta questo provvedimento?
"Un decreto da solo non potrà mai rimarginare una ferita grande che si è venuta a creare. Cosa devo dire io ai ragazzi dei quartieri di Palermo quando vedono tornare a casa il mafioso? Lo Stato non ha dato davvero un buon esempio, non ha saputo garantire la certezza della pena".
La circolare del Dap e poi i provvedimenti dei giudici di sorveglianza ponevano la questione del diritto alla salute dei detenuti in un dato momento storico di emergenza sanitaria. Come si sarebbe dovuto garantire il diritto alla salute?
"Innanzitutto, chiariamo: io sono la prima a dire che anche il mafioso più incallito ha diritto a essere curato. Noi siamo lo Stato, noi siamo la legalità. Detto questo, non si dovevano mandare a casa mafiosi pericolosi, ma attrezzare le tante strutture sanitarie presenti all'interno delle carceri".
Quale rischio vede nel ritorno di mafiosi piccoli e grandi nei loro territori?
"Siamo alle questioni basilari, come si fa a non rendersi conto? Un mafioso si alimenta delle relazioni nel suo territorio, dove gode di complicità e protezioni. Gli arresti domiciliari non sono affatto un limite, una barriera, come tante inchieste giudiziarie ci hanno dimostrato. Ma voglio tornare ancora sulla questione del diritto alla salute".
Questione centrale...
"Vorrei che si parlasse anche delle condizioni di salute degli ultimi rinchiusi nelle carceri: i migranti, i tossicodipendenti, tutti coloro che non hanno soldi per ingaggiare grandi avvocati o relazioni per mobilitare opinionisti".
Il tema del diritto alla salute al 41bis si era posto con forza alcuni anni fa, quando in carcere erano gravemente ammalati i due capi di Cosa nostra, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Fra gli ultimi scarcerati ci sono altri boss molto anziani, come si dovrebbe intervenire secondo lei?
"I casi Riina e Provenzano sono un modello a cui fare riferimento. I padrini delle stragi ebbero la migliore assistenza possibile in strutture ospedaliere penitenziarie, dove venivano anche visitati dai familiari".
Ritiene che i vecchi mafiosi contino ancora nell'organizzazione?
"Rappresentano dei simboli per i più giovani. Simboli di illegalità che continuiamo a combattere ogni giorno con un lavoro sul territorio. E se sul territorio ritornano, allora rischiamo di perdere la nostra battaglia. Anni di lavoro in fumo, giovani che si allontanano. Con le scarcerazioni dei boss lo Stato ha perso una cosa soprattutto, la credibilità".










