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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 6 aprile 2025

Il segretario dell’Anm Maruotti: “Reprimono il dissenso”. Il silenzio dei conservatori. Da Gasparri a Ostellari, la destra carica contro i magistrati: “Non interferite”. Il parlamentino respinge il divieto a partecipare alle iniziative dei partiti. Il blitz del governo sul decreto sicurezza diventa un nuovo capitolo del romanzo dello scontro tra politica e toghe. Con appendice di tensione anche all’interno dell’Associazione nazionale magistrati, che ieri in Cassazione ha svolto il suo comitato direttivo centrale. La sicurezza e le nuove misure varate in fretta e furia dall’esecutivo, scavalcando il parlamento dove pure da mesi giaceva un testo impermeabile a ogni rilievo delle opposizioni, non erano all’ordine del giorno dell’assemblea delle toghe, ma il dibattito è inevitabilmente arrivato anche in quei territori.

“È inquietante il messaggio del dl sicurezza, che sembra avere solo un duplice obiettivo: da un lato, creare nella collettività un problema che non esiste, non mi pare che ci sia alcun allarme sociale o alcuna questione emergenziale legata all’ordine pubblico; dall’altro, tentare di porre le basi per la repressione del dissenso”, queste le parole del segretario Rocco Maruotti, esponente di Area democratica per la giustizia. Gli applausi sono arrivati solo dalle altre correnti progressiste, mentre la destra di Magistratura indipendente ha reagito senza fare cenni di approvazione né di disapprovazione. È una prassi consolidata più che una strategia: Mi raramente interviene sul merito delle questioni e gran parte del suo sforzo correntizio riguarda le questioni sindacali. Fedele a questa linea, anche il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, esponente dell’area meno conservatrice di Mi, si è esibito in una notevole prova di equilibrismo quando gli è stato domandato un parere sul tema.

“Si tratta di un provvedimento che riguarda moltissimi aspetti e che sarà destinato ad avere il consenso da parte di alcuni cittadini anche molto forte e un forte dissenso da parte di altri - ha detto -. È un documento che non ha mezze misure, nel senso che interviene su alcuni settori di ordine pubblico quindi accontentando un po’ il desiderio di una parte della cittadinanza. Ma è un progetto che per certi aspetti ha misure molto restrittive, punitive quasi e che quindi ovviamente susciterà sentimenti opposti. E credo che porterà a non pochi problemi interpretativi anche applicativi”. Fuori dalla Cassazione, la destra ha attaccato duramente le parole di Maruotti. La batteria di interventi dettati dalle agenzie, dai forzisti Gasparri e Calderone fino al leghista Ostellari, si è mossa sui soliti binari, rilanciando il coro delle “interferenze” e delle “ingerenze” dell’Anm. Da quelle parti, del resto, è convinzione diffusa non solo che la magistratura non debba “fare politica” ma neanche debba in generale aprire bocca se non nelle aule dei tribunali. E magari neanche lì.

Il tema della libertà d’espressione dei giudici, peraltro, era il punto più importante all’ordine del giorno del comitato direttivo di ieri. Il parlamentino ha passato la mattinata e buona parte del pomeriggio a discutere una proposta, guarda caso, di Magistratura indipendente secondo cui i magistrati non dovrebbero avere la possibilità di partecipare alle iniziative di partito. La polemica era partita dopo la partecipazione del pm romano Eugenio Albamonte (Area) a un dibattito in una sezione del Pd, con grave scandalo dei giornali vicini al governo. Nessuno, in quella sede, ha ricordato ad esempio che l’ex presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia non molte settimane fa è andato ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, a parlare della riforma della giustizia e nessuno aveva avuto molto a che ridire. Alla fine, comunque, il comitato direttivo centrale ha votato a larga maggioranza (Area, Magistratura democratica, Unicost e Articolo 101) un documento opposto rispetto a quello di Mi. “Non è necessario - si legge nel testo approvato - rivolgere alcun invito ai magistrati ad osservare regole di comportamento già evidentemente esistenti né tanto meno immaginarne ulteriori, né offrire il fianco per disegnare illeciti disciplinari di nuovo conio che vorrebbero impedire anche la mera possibilità di offrire un contributo tecnico sulle riforme in atto”. Questo perché “l’autorevolezza ed il bagaglio di conoscenze di tutti i magistrati non possano essere dispersi e debbano essere messi a disposizione dei cittadini per consentire loro di formarsi un libero pensiero critico sui contenuti e sui temi della giustizia”.

Il prossimo 15 aprile la giunta dell’Anm sarà in via Arenula per incontrare il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Sul tavolo ci saranno le proposte già presentate dalle toghe durante l’incontro con Meloni avvenuto a palazzo Chigi a inizio marzo, il trattamento economico dei magistrati in caso di malattia e il recentemente istitutito reato di femmincidio. Resta sospesa la questione delle questioni, e cioè la riforma della separazione delle carriere e dello sdoppiamento del Csm. Non mancheranno occasioni per tornarci sopra.