sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Errico Novi

Il Dubbio, 13 aprile 2022

Intervista a Luciano Violante: “Se i magistrati urlano alla lesa indipendenza ogni volta che si prova a valutarli, pretendono l’anarchia. Utile il voto degli avvocati sulla professionalità dei giudici”.

“Ci sono le elezioni. Non me ne vorrà se semplifico, ma è così. Se vogliamo spiegare la reazione della magistratura guardiamo il calendario: cosa succede a luglio? Che si deve eleggere il nuovo Csm, e quindi c’è la corsa a non deludere la base. Tutto qui. Ecco perché dai magistrati arriva un no incondizionato alla riforma dell’ordinamento giudiziario. Ci sono cose peraltro che meritano secondo me un giudizio critico, ma se si dice no a tutto c’ qualcosa che non va”.

Ecco, presidente Luciano Violante: lei ha iniziato da magistrato, prima di presiedere la Camera dei deputati e imporsi, tra l’altro, come una delle voci più innovative, nel dibattito sulla giustizia. Ma cos’è che davvero non va, nella magistratura?

Il legame con i totem e l’orrore per i tabù. Anche qui, non si tratta di psicologismo. Ma è mai possibile che qualunque novità venga interpretata come una lesione dell’autonomia e dell’indipendenza. Ecco il totem: quelle due parole che non possono però diventare motivo per rifiutare qualsiasi riforma e sottrarsi quindi a qualsiasi responsabilità.

E la riforma Cartabia è così inutile o malfatta?

Apprezzo gli sforzi compiuti dalla ministra, e apprezzo alcuni aspetti positivi: penso al doveroso vincolo dell’ordine cronologico nell’attribuire gli incarichi direttivi. Da annoi si diceva che avrebbe evitato le nomine a pacchetto, ed è stato previsto. L’esclusione dei consiglieri componenti la sezione disciplinare dalle commissioni che si occupano di incarichi è formulata in modo troppo rigido, ma la si può comprendere. Ma non è solo questo il punto, non si tratta solo di dissentire dalle stroncature incondizionate delle correnti o del Csm: si tratta anche di incapacità di una controproposta costruttiva. Io sono d’accordo sul fatto che il fascicolo delle performance non sia uno strumento adeguato: penso che rischia di portarci fuori strada, perché la giurisdizione è un’altra cosa. Non è statistica intesa in senso verticale ma qualità delle decisioni, che possono essere giuste anche se prese da un magistrato di primo grado poi smentito dalla Cassazione. Dico però che l’Anm avrebbe dovuto mettere sul tavolo soluzioni alternative al fascicolo per risolvere il problema delle valutazioni di professionalità.

E lei cosa avrebbe proposto?

Una commissione esterna al Csm, che giudichi il magistrato dopo i primi quattro anni di attività. Basta quell’intervallo di tempo per comprendere se poi, nel prosieguo della carriera, quel giudice potrà essere all’altezza.

Un’altra soluzione trascurata?

Dare continuità al Consiglio superiore, sul modello della Corte costituzionale. Mi spiego: sarebbe bastato approfittare della circostanza insolita che 5 componenti togati si sono dimessi nel corso del quadriennio. Chi è subentrato al loro posto, secondo l’articolo 104 della Costituzione ha il diritto di completare il proprio mandato quadriennale. Quindi bastava prevedere di eleggere solo gli altri: in tal modo le prassi dell’organo di autogoverno si sarebbero trasmesse. Si sarebbe trattato di un intervento minimo ma prezioso.

La magistratura avrebbe detto no a qualsiasi cosa?

Ripeto: le elezioni per il nuovo Csm sono fortemente condizionanti. Si insegue il consenso, e riemergono i tratti più tipici del conservatorismo giudiziario: non si tocca niente, né intendono proporre alternative.

Come c’è finita, la magistratura, in questa crisi? Scomparso il nemico Berlusconi, è arrivato una sorta di liberi tutti, una perdita di coesione?

In parte è vero: sotto i colpi di un avversario che ha straordinari mezzi di comunicazione e finanziari, è chiaro che ti ricompatti. Dopo quella fase, si è creato un curioso meccanismo che ha indotto nella magistratura un’autogestione atipica: poiché dalla politica non arrivava alcuna proposta seria, se non leggi penali confuse, deleghe a conoscere, per così dire, ebbene, la magistratura si è trovata fra le mani un potere così eccessivo che ha ritenuto di poterlo gestire al di fuori di ogni controllo. In modo incontrollato, appunto.

Quindi è stata colpa anche, se non soprattutto, della politica?

Insisto su un concetto: la sovranità. Il potere politico, il Parlamento, o è sovrano o non è. Vuol dire che deve assicurare regole e ordine. E invece la politica non ha dato regole e ha creato disordine. Al panorama va aggiunta una componente.

Quale?

I mezzi di comunicazione: ecco, il magistrato inquirente non deve più provare a dimostrare che sei colpevole, deve capire se sputtanarti o no, se additarti come colpevole morale.

Mamma mia...

Però invito a non sottovalutare le componenti della magistratura che sono del tutto distanti dal conservatorismo dell’Anm: penso al gruppo riunito attorno alla rivista Giustizia insieme. Naturalmente settori del genere, attenti alla cultura della professione, all’identità del magistrato, hanno un approccio critico più aperto ma anche nessuna intenzione di entrare nel conflitto fra le correnti.

Davvero non salva nulla, della proposta sul fascicolo delle performance?

Si vuole individuare il pubblico ministero che ricorre con eccessiva frequenza contro le assoluzioni in primo grado: e se invece di trovarci di fronte a un magistrato che ricorre troppo, fossero invece quei giudici ad assolvere troppo? No, non credo alla statistica utilizzata in termini del genere. Ma come dicevo, altre possibilità esistono, alcune non sono state considerate nella riforma in discussione, e certamente la magistratura non può pretendere di affermare il seguente principio: che qualsiasi tentativo di valutare la professionalità costituisce una lesione dell’autonomia e dell’indipendenza. E no: l’indipendenza esiste se c’è responsabilità. Senza, è anarchia. Non si tratta più di un potere costituzionale ma dispotico.

Il suo giudizio sul testo Cartabia è in chiaroscuro, è così?

Apprezzo lo sforzo, e anche alcune specifiche contromisure, come l’istituzione, presso il ministero, di un ufficio preposto a misurare la funzionalità di ogni Tribunale o Procura. Si poteva fare di più. Alcune scelte mi paiono rispondere a esigenze identitarie dei partiti: vale anche per la separazione delle funzioni, che nasconde una perdita di valore.

E il no di Anm e Csm alle sanzioni per chi viola le norme sulla presunzione d’innocenza?

Forse l’illecito disciplinare andrebbe circostanziato meglio, ma una cosa è certa: non è più possibile assistere a quelle conferenze stampa in cui si scolpisce l’identikit del mostro per poi scoprire dopo un paio d’anni che si trattava di un innocente. Certo, servirebbe anche uno scatto di autodisciplina da parte di voi giornalisti. Sui casi di violenza sessuale, per esempio, ci siete riusciti.

Ma con la corruzione è improbabile...

Sembrerà irrealistico: ma le grandi trasformazioni si compiono a partire dalle cose irrealistiche.

Eccezion fatta per voci autorevoli come Canzio, Pignatone o Spataro, il no della magistratura è compatto anche sul voto degli avvocati nei Consigli giudiziari...

E invece a me sembra una norma corretta. Soprattutto nella formulazione individuata adesso, in cui si evita che a pronunciarsi sia il singolo avvocato. Lo si sarebbe esposto anche a delle difficoltà. Nel momento in cui invece è il Consiglio dell’Ordine a diversi esprimere collegialmente, in senso positivo o critico, si tratta solo di un contributo utile.

Avviene nelle università americane per esempio: gli studenti valutano la qualità delle lezioni. Nel caso dei Consigli giudiziari e delle valutazioni di professionalità sui giudici, la parte togata, maggioritaria, avrebbe tutto il modo di dimostrare l’insussistenza di eventuali giudizi critici da parte del Foro. Sottoporsi serenamente al giudizio vale in tutti i cointesti, non vedo perché non dovrebbe valere per la magistratura.