di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2023
Tornare al passato e riproporre misure restrittive, con relativo riverbero disciplinare, per i magistrati che si comportano in maniera tale da compromettere il requisito dell’imparzialità. A questo sta pensando il ministro della Giustizia Carlo Nordio che, nel rispondere per iscritto a un’interpellanza di Maurizio Gasparri, nel contesto del caso Apostolico (la magistrata di Catania che, per prima, ha disapplicato il decreto Cutro, non convalidando il fermo di tre migranti, e ripresa in un video del 2018 a una manifestazione a sostegno della richiesta di sbarco di immigrati sulla nave Diciotti) ha chiarito la linea del Governo.
Nel testo, Nordio scrive che “al fine di evitare il ripetersi di situazioni analoghe a quella in esame, resta tema centrale l’eventuale reintroduzione nel nostro ordinamento (anche con una diversa modulazione pienamente aderente al principio di tipicità degli illeciti disciplinari), tra i doveri del magistrato, del divieto di tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”.
Un divieto previsto, ma solo fino al 2006, quando venne abrogato, dalla disciplina degli illeciti disciplinari. Nordio invita a “un’attenta riflessione nella consapevolezza della fondamentale importanza del valore dell’imparzialità di chi è chiamato a svolgere le delicatissime funzioni giurisdizionali, imparzialità che deve essere non soltanto effettivamente sussistente ma anche declinarsi sotto il profilo della sua apparenza”.
In quest’ottica, il ministro della Giustizia ricorda che “di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato che la responsabilità sociale che caratterizza la funzione giudiziaria impone anche il serio rispetto della deontologia professionale e sobrietà delle condotte individuali”. Una norma di contenuto simile venne introdotta nell’ordinamento giudiziario e poi soppressa dopo pochi mesi, e cambio dia maggioranza (da Berlusconi a Prodi), perché troppo generica e penalizzante per le toghe.










