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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 13 aprile 2022

Pressioni nei confronti dell’Anm perché indica la protesta. I magistrati di sinistra parlano di vendetta. E preparano manifestazioni come ai tempi di Berlusconi e Castelli. Anche se mini questa riforma è segno di autonomia.

Le toghe faranno lo sciopero contro la timidissima miniriforma Cartabia? Brr, che paura, vien da dire, parafrasando un ex presidente del consiglio. Ma, nella chiamata alle armi del sindacato, il vero pensiero dell’intera Casta dei magistrati lo manifestano in modo esplicito quelli di sinistra: la politica vuole vendicarsi. E preparano manifestazioni come ai bei tempi andati, quasi Draghi fosse Berlusconi e Marta Cartabia il ministro Roberto Castelli. Altri tempi, altri personaggi. Ma il succo è sempre lo stesso: l’ordinamento giudiziario non si tocca. E il Csm, pur dopo lo sconquasso delle denunce di Luca Palamara, o lo riformiamo noi, o niente. Ma quel che colpisce è l’uso del Termine “vendetta”, come se qualcuno intendesse presentare il conto per quell’assalto alla politica che rese protagonisti alcuni pubblici ministeri a partire dal 1992-1993.

La paura che - pur in presenza di una insufficiente miniriforma che Matteo Renzi, annunciando il voto contrario di IV, ha definito “pannicello tiepido” - il Parlamento possa per una volta decidere senza prendere ordini dalla Anm, sta serpeggiando come un brivido che corre di bocca in bocca, anche negli ambienti dei sindacati più moderati. Ma qualcuno ha la coscienza sporca e butta lì la parola tremenda: vendetta. Perché il mondo politico dovrebbe vendicarsi, se non avesse subito qualche torto? O forse è stato un assalto violento e fino a ora senza ritorno? Non è così difficile andare indietro con la memoria a quel che successe trent’anni fa. Per esempio potrebbe riemergere il ricordo di quel giorno del 1993 in cui il Parlamento perse la verginità e si inginocchiò ai piedi di un gruppo di pm che ebbero l’ardire di definirsi pool “Mani Pulite”, e votò la decapitazione di quell’immunità che i Padri Costituenti avevano voluto come contrappeso dell’indipendenza della magistratura. Da quel giorno non ci fu più divisione dei poteri e il potere fu uno solo, quello delle toghe. Le quali, giorno dopo giorno, hanno dato le pagelle ai politici. Hai l’insufficienza? Galera. Arrivi a malapena al sei? Arresti domiciliari. Per tutti gli altri, diciamo che un’informazione di garanzia non si nega a nessuno. Ecco svelato il vero motivo per cui oggi l’intera magistratura, compresi due ex procuratori molto diversi tra loro come Giancarlo Caselli e Luciano Violante, non accetta di esser giudicata. Assolutamente. Tanto che il fascicolo per la valutazione del magistrato viene considerata con sprezzo “una schedatura”.

Come se si avesse timore di una contaminazione con le stesse forze di polizia con cui si opera quotidianamente. Ma anche come se la vita del magistrato non potesse essere quella casa di vetro che si richiede al politico o all’uomo di governo. La verità è che si teme di perdere quel 99% di valutazioni positive che aprono automaticamente la strada alle carriere, come è la situazione di oggi. Come se gli errori, ma anche le forzature politiche volute nell’applicazione della legge, non fossero sotto gli occhi di tutti. Come se non si sapesse che il 50% dei detenuti in attesa di giudizio sarà assolto. Come se non fosse evidente a tutti, soprattutto, che nessun magistrato paga mai. Che il Presidente della Corte Costituzionale (e chissà se gli altri membri erano tutti d’accordo) ha cancellato la possibilità di sottoporre a referendum il quesito sulla responsabilità civile diretta. E anche che la totale irresponsabilità del pubblico ministero italiano è un caso unico nel mondo occidentale e democratico.

Alcuni rappresentanti delle correnti sindacali in toga pare non si rendano neanche conto di quel che dicono. Prendiamo la rappresentante di Unicost, Mariarosa Savaglio, la quale prospetta, in caso di approvazione della riforma Cartabia nel punto in cui istituisce il fascicolo delle performance, questo fosco futuro: “Si sta disegnando un magistrato pavido e burocrate e una giustizia di tipo difensivo…”. Questa è dunque l’immagine che la toga dà di se stessa: se qualcuno vuol darmi il voto e giudicare la mia attività, allora io non faccio più niente, mi metto in difesa e interrompo le indagini. Un mondo di pusillanimi, dunque. Dove è finita la spavalderia di coloro che furono gli eroi di Mani Pulite? E i guerrieri del “Processo Trattativa”?

Tutti coniglietti accecati dai fari di un fascicolo. Ricordiamo quando nel 1994 i pm del Pool di Milano avevano inscenato la loro protesta in tv in quanto con il “decreto Biondi” che cambiava le regole sulla custodia cautelare, senza manette non avrebbero potuto più svolgere il loro lavoro. Ma in seguito, quando il decreto fu sciaguratamente ritirato dal governo Berlusconi, meno del 10% dei detenuti scarcerati ritornò in prigione. Che voto darebbe oggi il fascicolo a Davigo Colombo e Di Pietro? E Francesco Greco sarebbe diventato procuratore capo?

E quei magistrati che in Sicilia imbeccarono Enzo Scarantino, pur sapendo che si trattava di un “pentito” fasullo, e tutti i giudici che mandarono in galera gli innocenti per quindici anni, nell’attesa del “pentito” genuino, come sarebbero giudicati oggi? Per non parlare del fatto che, pur dopo tre fallimenti, c’è ancora qualcuno a Firenze che sta indagando per la quarta volta su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti di stragi.

Senza il senso del ridicolo, ma con la certezza dell’impunità. Di quella che il segretario di Md chiama la “di fatto separazione delle carriere” non vale neppure la pena parlare, visto che della separazione delle funzioni si occupa il referendum, e la riforma Cartabia si limita a ridurre a uno il numero dei passaggi, già ridotto dalla riforma Castelli, da funzione giudicante e requirente e viceversa. Sciopero, dunque? Brr, che paura!