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di Guido Germano Pettarin*

Il Dubbio, 27 aprile 2022

Quella di Sbriglia non è una provocazione. Lo conosco da anni e credo che sia tra i maggiori esperti, non solo in Italia, di sistemi penitenziari e di carceri che lui afferma essere, ancora oggi, in assenza di altre soluzioni, un male necessario, un’ultima chance per chi abbia violato le leggi penali, una sorta di ciambella di salvataggio dopo che altre agenzie pubbliche e private abbiano fallito (i corpi di intermediazione sociale e la scuola, soprattutto).

E anche il suo sodalizio, quello del CESP, Centro Europeo di Studi Penitenziari, mi risulta essere particolarmente ricco di un vasto ventaglio di esperti in cose non solo penitenziarie e giuridiche, ma anche in altre discipline interconnesse, ivi compresa la neuroscienza.

Sbriglia mi ha parlato dell’ipotesi progettuale di far migrare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dal Ministero della Giustizia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e, in verità, seppure ancora in forma embrionale, non è assurdo, anzi, appare rivolto a dare maggior peso proprio alle realtà degli enti locali e delle stesse regioni, perché anch’esse devono sentirsi partecipi di un bisogno di sicurezza per le collettività e di risocializzazione per le persone detenute. Tale complesso compito non può essere di esclusivo appannaggio del ministero della Giustizia, il quale, in questa partita, dovrebbe invece, semmai, recitare il ruolo rigoroso di arbitro e non di gestore, verificando se tutto venga realizzato nel rispetto della nostra Costituzione e delle leggi.

Non dovrò certamente essere io a ricordare le grandi criticità che, ad oggi, l’attuale sistema penitenziario, così com’è organizzato sul piano amministrativo, mantenendo un suo vertice stabilmente incardinato nel potere giudiziario, ancorché il Capo del DAP sia un magistrato collocato fuori ruolo per il tempo dell’incarico di natura politica, ha palesemente dimostrato.

Ancora tutte da chiarire sono, in verità, le responsabilità del ministero su quanto di terribile si è verificato nel marzo del 2020, con i detenuti in rivolta, con i reparti detentivi distrutti e dati alle fiamme, con i ristretti che inscenavano proteste sui tetti, appaiati a loro, qualche mese dopo, gli stessi agenti che facevano altrettanto, come la triste ed opaca storia di Santa Maria Capua Vetere ci ricorda, e poi i suicidi, tanti, tra detenuti e gli stessi operatori penitenziari.

Le immagini di carceri apparentemente moderne dove mancava perfino l’acqua corrente potabile, carceri senza luoghi di culto attrezzati, anche nella mia regione (penso alla casa circondariale di Udine in particolare) ma rimediati di volta in volta, senza spazi verdi o un campo di terra battuta dove svolgere un minimo di attività sportive, necessarie, ove non si volesse trasformare i reclusi in statue di pietra, oppure ai servizi sanitari descritti spesso dalle cronache come indecenti, capaci essi di tradursi in altra malattia e stress psicologico non solo per le persone ristrette ma anche per gli stessi agenti della polizia penitenziaria e per gli altri operatori. Sappiamo di carceri che hanno strutture spesso fatiscenti o inadeguate (sempre per la mia regione, il Friuli Venezia Giulia, penso al carcere di Pordenone), oppure dove al proprio interno si costruivano, e si costruiranno, altre carceri, sopprimendo quei pochi spazi verdi, quei polmoni di area aperta che fanno il bene non solo delle persone detenute, ma anche di quello di quanti in quei posti vi lavorino. Ecco perché, allora, sarebbe per davvero utile e necessario cambiare angolo visuale, immaginare soluzioni davvero alternative, fare appello a veri esperti di vita comunitaria e di gestione di grandi organizzazioni, perfino “pescando” nel mondo delle imprese, sia pubbliche che private; d’altronde, una volta che anche un grande manager privato fosse ingaggiato, per il solo fatto di essere investito di responsabilità gestionali in un settore pubblico così delicato e sensibile per lo Stato, diverrebbe esso stesso un pubblico dirigente e ne risponderebbe difronte alle leggi, così recuperando e salvandone il profilo pubblicistico.

Ma, e spero che la Ministra Cartabia ci rifletta, almeno si avrebbe a che fare con manager esperti e, seguendo le idee di Sbriglia, non sarebbe assolutamente impossibile anche per chi avesse maturato esperienze importanti, ad esempio, come Sindaco di una città, quello di svolgere un incarico di capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, idem ove fosse un manager che provenisse da importanti organizzazioni non governative (penso alla Comunità di San Egidio, per fare un esempio facilmente comprensibile, una organizzazione privata capace di sfamare migliaia di persone, di aiutarle sul piano della fragilità socio-economica, di accompagnarle verso percorsi di reinserimento, ma potrebbero essere in tante altre, si pensi ad esempio, in tema di tossicodipendenza, a quelle realtà come San Patrignano o la Comunità la Collina di Don Ettore Cannavera), forse che i loro migliori amministratori farebbero più danni di quelli che potrebbe causare un magistrato che fino al giorno del suo insediamento nel DAP, semmai, sosteneva le accuse o produceva sentenze nei tribunali?

Attendo, perciò, con interesse il progetto del CESP, come il contributo della società civile per realizzare una seria riforma penitenziaria, consentendo a noi legislatori di tradurlo, con la doverosa libertà di cui disponiamo e con il supporto tecnico dei nostri uffici parlamentari, in una fattibile proposta o disegno di legge. Ciò gioverebbe anche a migliorare la stessa immagine della Magistratura, rafforzandone l’autonoma ed indipendenza, e tutto alla luce del sole, quel sole oggi negato a persone detenute ed a operatori penitenziari.

*Coraggio Italia