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Il Gazzettino, 14 dicembre 2020


Prima vittima del Covid-19 in un carcere del Friuli Venezia Giulia. Nel reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Cattinara, a Trieste, venerdì è morto Mario Coco Trovato, 71 anni, fratello minore del boss della ndrangheta Franco Coco Trovato, di cui era diventato l'erede dopo la sua cattura e la condanna all'ergastolo.

Il 71enne era in regime di 41bis a Tolmezzo. Si era contagiato a fine novembre, quando nella struttura di massima sicurezza è entrato il virus. Inizialmente aveva colpito 118 su 200 detenuti. Dopo un picco di 155 malati, fra cui molti erano asintomatici, adesso la situazione comincia a migliorare. I negativi la scorsa settimana sono saliti a 147 e oggi probabilmente la direttrice Irene Iannucci riceverà l'esito dei tamponi effettuati nella giornata di venerdì. I positivi dovrebbe essere rimasti circa una ventina.

Per Trovato - come per altri quattro detenuti che stanno scontando pena a Tolmezzo - si era reso necessario il ricovero in ospedale. Il 24 novembre era stato accolto in pronto soccorso a Tolmezzo, l'indomani a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, era stato trasferito a Trieste. Altri due detenuti sono stati invece trasportati a Verona. Dei cinque accolti in ospedale perché avevano contratto la polmonite o avevano difficoltà respiratorie, due sono stati dimessi e sono tornati nella struttura carceraria tolmezzina.

Trovato doveva scontare una pena a definitiva a 15 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso (era stato arrestato nell'aprile 2014 nell'ambito dell'inchiesta Metastasi in Lombardia, dove il boss operava a Lecco). Aveva preso il posto del fratello ormai confinato al 41bis, si era reso protagonista di estorsioni e spedizioni punitive, aveva tessuto alleanze con altri esponenti della criminalità organizzata e attraverso uomini di fiducia si era infiltrato nel municipio di Lecco. Il 71enne era in buone condizioni di salute. Era uno sportivo e in carcere a Tolmezzo si alzava sempre presto al mattino per fare attività fisica. Subito dopo il contagio, le sue condizioni si sono aggravate rendendo necessario il ricovero in ospedale.

Nelle strutture carcerarie da marzo si presta molta attenzione per evitare i contagi. Ma i detenuti usano le stesse docce, dormono in cella spesso sovraffollate e mantenere le distanze diventa impossibile. A Pordenone e a Udine, nonostante si tratti di case circondariali vecchie e con spazi limitati, non ci sono state criticità.

A Tolmezzo, dove i contagi hanno interessato anche una trentina di persone tra il personale dell'amministrazione penitenziaria, la situazione sta rientrando. A Trieste, nel Coroneo, ha contratto il Coronavirus circa un centinaio di persone tra detenuti e guardie penitenziarie. Sul caso di Tolmezzo era stata inviata da parte di un legale del Foro di Udine una lettera al ministero della Giustizia, al ministero della Salute, al Dap e al Garante nazionale delle persone private della libertà. Si puntava il dito contro la gestione medica all'interno della struttura in merito al ritardo con cui sono stati sottoposti ai tamponi quei detenuti che avevano i sintomi del Covid: febbre, tosse, raffreddore, mal di testa. Questo avrebbe messo a rischio tutti quegli utenti - avvocati, insegnanti e gli stessi operatori penitenziari - che per ragioni di lavoro accedono al carcere.