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di Anna Dazzan

udinetoday.it, 26 luglio 2025

Abbiamo assistito a “So Ham - Io sono”, il laboratorio teatrale condotto dalla regista Rita Maffei e dal musicista Matteo Sgobino con i detenuti della casa circondariale di Tolmezzo e organizzato da Enaip con Css Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. Quel che succede in carcere, rimane in carcere. Difficile pensare altrimenti, visto che le persone esterne a cui viene concesso di attraversare i controlli di sicurezza per poter accedere ai luoghi degli istituti penitenziari sono obbligate a lasciare all’ingresso tutto ciò che di superfluo hanno addosso. Telefono cellulare prima di ogni altra cosa. Quel che succede in carcere, rimane in carcere dunque. Ma anche impresso negli occhi e nella mente. E persino nel cuore, se si ha la fortuna di varcare non solo i metal detector ma anche le barriere di diffidenza delle persone detenute.

Fine luglio, in Carnia sembra arrivato novembre. Il cielo borbotta e a mezzogiorno sembra quasi sera. L’ingresso della casa circondariale di Tolmezzo è grigio come l’aria che butta pioggia. Un primo passaggio per annunciare i propri nomi, già segnati da giorni sul registro degli ingressi. Un secondo passaggio per lasciare i propri averi nelle cassette di sicurezza e ricevere un badge in cambio della carta d’identità, un terzo passaggio attraverso il rilevatore di metalli. E poi aspettare, tra un portone e l’altro, tra un cancello e una corte interna, tra una porta e un corridoio e così via. Una volta dentro, non ha quasi più importanza sia luglio e novembre. Si è dentro e basta. L’occasione è la restituzione del laboratorio di autonarrazione e di canto e scrittura di canzoni condotto dalla regista teatrale Rita Maffei e dal musicista Matteo Sgobino. Sì, anche in un carcere di massima sicurezza che ospita una sezione 41 bis si svolgono percorsi formativi che, ovviamente, qui dentro assumono un significato del tutto peculiare. Portare “fuori” quel che si è appreso “dentro” non è mai scontato.

“So Ham - Io sono” è il titolo dello spettacolo conclusivo di questo laboratorio con i detenuti della casa circondariale di Tolmezzo organizzato dall’Enaip in collaborazione con Css Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. La parola chiave è “autonarrazione”, affare difficile per chiunque, figurarsi per qualcuno che a stento riconosce i mesi che passano fuori dalla finestra. Eppure funziona. Almeno per le persone che riempiono il teatro-cinema del carcere. “Questa sezione è il nostro fiore all’occhiello”. Irene Iannucci, direttrice dell’istituto, si premura di avvisare che non è autorizzata a rilasciare interviste. Ma la sua non è una dichiarazione fatta a parole, quanto più con il sorriso che la accompagna per tutta la durata dello spettacolo. Il corridoio che ci porta fino alla sala è colorato dai murales dipinti dagli stessi detenuti negli anni, merito sempre dei corsi dell’Enaip: lungo i muri si aprono diverse porte. Prima solo uffici, poi stanze per i laboratori. Edilizia, pittura, cucina e così via. “Qui, se uno non vuole fare niente non fa niente. Se uno vuole tenersi occupato può farlo tutto il giorno”. Anche M., detenuto che presto tornerà in libertà, non è autorizzato a rilasciare interviste. Ma, a conti fatti, nessuno gli ha fatto domande. Ha parlato liberamente di sua spontanea iniziativa.

“So Ham è un mantra - dichiara la regista Maffei - che in sanscrito significa “Io sono” e viene usato nella meditazione. Il corso ha inteso coinvolgere la popolazione detenuta in un percorso laboratoriale che mettesse i partecipanti nelle condizioni di stimolare l’espressione del proprio mondo interiore e la capacità espressiva del proprio pensiero, migliorando la gestione delle proprie emozioni e le capacità relazionali dell’individuo in rapporto al gruppo”. Se questo era l’intento, di sicuro qualche risultato è stato raggiunto. M. si lascia andare. “Tra poco uscirò, non vedo l’ora. Ma ho un po’ paura. Cosa posso fare fuori di qui? Dentro faccio tutto, cucino, canto, aggiusto le cose… ma fuori non avrò più il mio vecchio lavoro”. Si apre in un piccolo flusso di coscienza inaspettato di fronte al quale c’è un’unica risposta possibile. “Un giorno alla volta”.

Cosa vuol dire “restituzione” - Rendere qualcosa che ci è stato dato. Sul palco erano in cinque, tra il pubblico più di venti. I detenuti hanno preso momenti di studio, di prova, di sperimentazione che, in un primo pomeriggio di fine luglio, sono stati restituiti pieni di significato. Il filo conduttore? La mancanza. La mamma, i figli, i social, la moto senza casco, il mare, le coccole, mangiare bene. La libertà, ovviamente. Con un elenco di parole cariche di senso è iniziato il piccolo viaggio: cosa manca di più a chi è in carcere? Ognuno dei partecipanti ha dato corpo alle proprie nostalgie, parole tenute insieme da un unico grande (il più grande) sentimento, l’amore. Inevitabile che la musica parlasse napoletano, dialetto armonioso capace più di altri di tratteggiare la passione. Quindi è successo che M. e gli altri, dal palco, si siano lasciati andare a quello che gli era stato promesso: favorire la socializzazione attraverso la consapevolezza di sé. E se per qualcuno è stato più facile e addirittura ha sfruttato il corso per comporre una sua propria canzone (“la vogliamo a Sanremo 2026”, gridano dalla platea), per altri è stato più difficile mettersi in mostra davanti a tutti. Anche se tra quei tutti ci sono persone che non rivedranno più.

L’amore, la libertà, la livella - Prima Pino Daniele e Geolier. Poi Renato Zero. Ritrovarsi a cantare “I migliori anni della nostra vita” all’interno di un carcere di massima sicurezza è un’esperienza che segna, garantito. Chi sta sul palco si è preparato, chi sta tra il pubblico si lascia andare. Persino gli agenti di polizia penitenziaria. Il clima è così disteso che uno di loro (in teatro sono in tre, due gironzolano, uno rimane in fondo alla platea con le braccia conserte quasi tutto il tempo) muove le labbra seguendo il testo e con un piede tamburella a tempo di musica, sorridendo.

I detenuti che stanno tra il pubblico si lasciano definitivamente andare alla recitazione dei partecipanti di un pezzo storico di Totò. ‘A livella. A scatenare l’ilarità tra il pubblico sono le interpretazioni di M. E. e D. Il marchese, il netturbino e il vivo che danno vita a questa poesia che pare essere solo tale, se la si ascolta solo con le orecchie. E poi si fa morale se la si sente dentro, la morte che ci fa diventare tutti uguali. Così come le due ore di spettacolo tra gli spettatori. Nessuna differenza, tutti seduti gli uni accanto agli altri, senza più colpe né pensieri, solo un fugace presente condiviso.

Nel frattempo fuori esce il sole - Tutto funziona. A M., quando canta, si ingrossa il collo e diventa paonazzo. D., invece, ha una voce morbida, perfetta per accarezzarci con Caruso. Tra il pubblico c’è un detenuto che non ha potuto partecipare allo spettacolo perché ha trascorso gli ultimi giorni in ospedale, a lui viene dedicata una canzone d’amore in portoghese. La sensazione che l’oggi sia tutto quello su cui queste persone possono contare è palpabile. Le persone che avevano iniziato il percorso formativo erano molte di più. Qualcuno è uscito, qualcuno è stato trasferito, qualcuno non è presente “per altri impegni” (lo incrociamo lungo il corridoio di ritorno e qualcuno gli chiede “allora com’è andata?”, lui inclina un po’ la testa e poi sorride).

I corsisti interpretano qualche spezzone di due film, i loro preferiti. “Anche questo è un modo per raccontarsi”, commenta Maffei. Dopo l’ultima canzone la platea chiede il “bis”, non senza una certa ironia con riferimento ai detenuti dell’altra sezione, quella ancora più rigida. Il maestro Sgobino, perfettamente in sintonia con i cantanti, inizia a pizzicare le corde della sua chitarra. Loro, in coro, ci salutano. “In un mondo che, non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”. E fuori, dietro le inferriate, spunta il sole ed è nuovamente luglio.