di Virginia Serpe
giornalelavoce.it, 9 settembre 2026
La tragedia nella serata di martedì 8 settembre, nel padiglione B. L’Osapp denuncia una carenza di organico del 30%. Nell’istituto risultano oltre 1.500 detenuti a fronte di poco più di 1.100 posti regolamentari. Un altro detenuto morto dentro il carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Un altro suicidio che riporta al centro una situazione penitenziaria segnata da sovraffollamento, carenza di personale e fragilità sempre più difficili da gestire. La tragedia è avvenuta nella serata di martedì 8 settembre, intorno alle 22.30. La vittima è un detenuto italiano di 56 anni. Secondo quanto comunicato dall’Osapp, il sindacato autonomo della Polizia penitenziaria, l’uomo si è tolto la vita nella propria cella, nella nona sezione del padiglione B. Quando è stato dato l’allarme, per lui non c’era ormai più nulla da fare.
L’episodio riapre una ferita che al Lorusso e Cutugno non è affatto nuova. Soltanto pochi mesi fa, il 16 marzo, un altro detenuto italiano, di 62 anni, si era tolto la vita nel blocco E dell’istituto. Anche allora il sindacato aveva denunciato una situazione diventata estremamente difficile da sostenere per chi vive e lavora all’interno del penitenziario. Questa volta la reazione dell’Osapp è ancora più dura. Il segretario generale Leo Beneduci parla di una situazione arrivata alla deriva e punta il dito soprattutto contro la carenza di agenti, quantificata dal sindacato attorno al 30% dell’organico necessario. Dietro il suicidio di un detenuto esiste naturalmente una storia individuale che non può essere ridotta a una statistica. Ma il nuovo episodio arriva dentro un carcere che da mesi presenta numeri estremamente pesanti. Gli ultimi dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, aggiornati al 7 settembre, indicano al Lorusso e Cutugno 1.561 persone detenute. I posti regolamentari sono 1.119, dei quali 21 risultano inoltre non disponibili. Significa oltre 440 detenuti in più rispetto alla capienza teoricamente utilizzabile, una pressione che incide inevitabilmente sull’organizzazione quotidiana dell’istituto. Il sovraffollamento non è quindi una denuncia nuova né esclusivamente sindacale. Anche il monitoraggio della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Torino ha evidenziato nel corso del 2026 problemi legati all’eccessivo numero di detenuti, insieme a criticità strutturali, organizzative e alla mancanza di personale.
Il problema si manifesta soprattutto nei grandi padiglioni detentivi, dove ogni episodio critico può diventare molto più complicato da affrontare quando il numero degli agenti disponibili è inferiore alle necessità. Nei mesi scorsi l’Osapp aveva denunciato anche situazioni nelle quali un singolo agente sarebbe stato chiamato a controllare contemporaneamente più postazioni. E proprio il padiglione B, dove è avvenuto il suicidio del 56enne, era già stato indicato dal sindacato come una delle aree particolarmente delicate del carcere torinese. Ad aprile, dopo alcuni disordini registrati nell’istituto, l’organizzazione aveva chiesto un’ispezione urgente denunciando difficoltà nella gestione interna. Il sovraffollamento è soltanto una parte del problema. Dentro il carcere confluiscono dipendenze, disturbi psichici, fragilità sociali, problemi sanitari e situazioni personali molto diverse. Intercettare tempestivamente chi attraversa una crisi richiede personale, osservazione, assistenza psicologica e sanitaria e la possibilità di seguire singolarmente le persone considerate più vulnerabili.
Quando invece gli istituti lavorano costantemente oltre la propria capacità, anche questa attività diventa più difficile. Durante una visita al Lorusso e Cutugno dello scorso agosto, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo aveva parlato di circa 400 persone oltre la capienza e di un flusso che può arrivare a 180-200 nuovi ingressi ogni mese. Una situazione che rende più complicato anche differenziare i detenuti e costruire percorsi individuali di recupero. Sul fronte della Polizia penitenziaria la tensione è altrettanto evidente. Secondo dati denunciati dall’Osapp nel corso dell’estate, dall’inizio dell’anno decine di agenti sarebbero rimasti feriti durante aggressioni, risse e interventi all’interno della struttura. Ai problemi di organico si aggiungono quindi turni pesanti, stress e un contesto operativo nel quale le emergenze possono susseguirsi rapidamente.
Beneduci chiede ora un cambio di passo radicale. Secondo il sindacato non bastano più dichiarazioni d’emergenza dopo ogni episodio: servono interventi sul personale, sulle condizioni degli istituti e sull’organizzazione complessiva del sistema. La richiesta dell’Osapp arriva pochi giorni dopo una presa di posizione unitaria di diverse organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria, che avevano già denunciato per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta sovraffollamento, carenza di personale, aumento degli eventi critici e deterioramento delle condizioni di lavoro. La morte del 56enne riporta però soprattutto al centro il tema più doloroso: come impedire che una persona detenuta arrivi a togliersi la vita dentro una cella. Non esistono risposte semplici. Il suicidio è un fenomeno complesso, che può dipendere da condizioni personali, psicologiche, giudiziarie e sociali differenti. Ma un carcere sovraffollato, con meno personale di quello necessario e un numero elevato di persone fragili, rende inevitabilmente più difficile la prevenzione.
Al Lorusso e Cutugno oggi ci sono più di 1.500 persone ristrette. Dietro quel numero ci sono altrettante storie da sorvegliare, assistere e, quando necessario, proteggere anche da gesti contro se stessi. Martedì sera, nella nona sezione del padiglione B, quella rete di protezione non è riuscita a evitare l’ennesima tragedia. E mentre saranno gli accertamenti a ricostruire le circostanze precise della morte, resta una domanda che ormai si ripresenta dopo ogni suicidio: quanti altri segnali servono prima che l’emergenza delle carceri smetta di essere considerata soltanto un’emergenza?









