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di Franco Plataroti

La Stampa, 3 aprile 2025

Il ragazzo era schizofrenico ma era detenuto al Lorusso e Cutugno di Torino: “Non era sfrontato, non era sfacciato, era curioso e trattenuto, intimidito dalla vita, spaventato dalle tante domande senza risposta che ognuno di noi si pone”. Alvaro Fabricio Nunez Sanchez era un ragazzo con una grave forma di schizofrenia che un anno fa si è tolto la vita in carcere. Stamattina il suo istituto, il tecnico Sommeiller, lo ricorda con un incontro sul disagio mentale e il carcere rivolto ai ragazzi di quarta e quinta. Le parole di Franco Plataroti, il suo professore di storia, ad Alvaro.

Buongiorno a tutte e a tutti. Ruberò poco tempo ai relatori, a chi, per esperienza professionale e competenze, è stato chiamato a dialogare con voi su un tema di enorme importanza, non tanto caro ai mass-media, come il carcere e a ragionare con voi su come i luoghi di detenzione possano diventare spazi mortali per coloro i quali, più fragili d’altri, sentono, tra le pareti di una galera, la loro condizione di vita come priva di sbocchi, priva di futuro, priva di senso.

Alvaro apparteneva a questo gruppo, a quello delle persone a cui la sorte ha giocato un cattivo scherzo, dotandolo di una sensibilità straordinariamente delicata e di un animo, allo stesso tempo, inquieto, sofferente. Il mio Alvaro - ossia l’Alvaro che io ho conosciuto, quello che ho ritagliato nei miei ricordi personali, probabilmente diverso da ciò che quest’uomo è stato per altri - è uno studente, sedicenne, un giovane studente di questo istituto, che viveva le stesse passioni e gli stessi sogni di ogni individuo della sua età: il calcio e l’amore, gli idoli musicali e le amicizie, i dubbi e le domande sul futuro. Alvaro, il mio Alvaro, apprezzava la storia, me lo confidò più volte, via Messenger, l’amore per quella materia che ci aveva portato l’uno accanto all’altro in un’aula. Il mio Alvaro è un ragazzo che diventa uomo, accompagnato da un disagio interiore profondo, che lo porta, nella tarda estate del 2023, in carcere. In realtà, in carcere c’era già, prima ancora di entrarci: nel luglio di quello stesso anno, a un mese circa dalla detenzione, sempre via Messenger, mi disse: “professore, non so come mai adesso non riesco più a uscire di casa per cercare lavoro. Mi sento in prigione mentale e fisica”.

Quando penso ad Alvaro, penso a quanto semplicistico sia il nostro giudizio sui detenuti, sui carcerati e sui luoghi che li contengono, le carceri. Sono spazi distanti da noi, sono gli spazi che custodiscono i “cattivi”, le persone malvagie, da allontanare, da isolare. Il discorso è molto più complesso, ma non spetta a me affrontarlo o provare a spiegarlo, non è il mio mestiere.

Certamente, se penso ad Alvaro e alla sua condizione di detenuto, alla sua vita dietro le sbarre, non ci vedo un essere spietato, crudele, un mostro da nascondere. Chiunque abbia conosciuto questo sfortunato giovane, ha avuto modo di apprezzarne la mitezza, il riserbo; non era sfrontato Alvaro, non era sfacciato, era curioso e trattenuto, intimidito dalla vita, spaventato dalle tante domande senza risposta che ognuno di noi si pone. Era, innanzitutto, un uomo. È più facile, per me, avendolo conosciuto, evitare di sistemarlo nello scaffale del criminale, di quello che va in galera, il cattivo, appunto. Era un uomo, prima di ogni altra cosa, e questo dobbiamo ricordarlo sempre, perché commettiamo spesso l’errore di incollare su qualcuno un’etichetta, comoda, che, però, non ci consente di arrivare a comprendere la pienezza di quella persona, le sue sfumature, la sua complessità, la sua bellezza. E nell’anima di Alvaro viveva la bellezza profonda di ogni uomo, diviso tra le ipotesi di un futuro normale e quotidiano (vorrei una moglie e dei figli professore, solo questo!) e la malattia interiore che spingeva davanti a lui tante domande e tanti dubbi ai quali non era in grado di dare risposta. Come ogni altro uomo.

Ecco, il mio Alvaro è uno studente, un uomo che è potuto sbocciare solo a metà, per responsabilità non sue, per problemi più grandi di lui, come la sua malattia, come quel mondo carcerario che spesso, troppo spesso, giudichiamo dal di fuori, di cui conosciamo poco, sappiamo che custodisce i cattivi e dimentichiamo che detiene esseri umani, con le loro bassezze, le loro debolezze e la loro umanità travagliata e, magari, delicata e gentile, come quella di questo sfortunato giovane.

La parabola dell’avventura umana del mio Alvaro contiene una dimensione tragica, quella del peso di forze troppo potenti per un singolo individuo, capaci di schiacciare chiunque. La vita di Alvaro è la peggior pubblicità per una società che ci chiede di diventare qualcuno a ogni costo, che ci incanta con le sirene del successo e che, però, rischia spesso di lasciarci soli con i nostri insuccessi, i nostri fallimenti, non ci insegna a governarli, a gestirli. Per questo il mio Alvaro mi è tanto caro, per non aver chiesto la luna, per non aver preteso di diventare imperatore, papa o governatore della Terra.

Chiedeva una vita semplice, ordinaria, con il suo sorriso pensoso e, a volte, malinconico. Alvaro è stato un eroe tragico del quotidiano, ha combattuto la sua battaglia, aiutato dalla sua famiglia e da chi l’amava, ma l’ha persa. È la sua umanità simbolo di tutti i nostri sforzi non riusciti, di tutti i nostri sogni bloccati a metà, che noi intendiamo ricordare oggi, perché crediamo che ogni vita meriti rispetto, anche quelle non sbocciate per intero, poco gradite a una società che ama i vincenti e mal sopporta i vinti, li dimentica in fretta.

Noi oggi ricordiamo Alvaro, il nostro Alvaro, come quel giovane, un po’ timido e curioso della vita, che ci ha aiutato a capire come fermarsi alle apparenze e alle etichette sia sempre sciocco, ci ha insegnato con il suo drammatico esempio che vivere è una scommessa complicata, difficile. La sua grande dignità è ciò che ha reso possibile l’incontro di quest’oggi, il suo spessore umano tutt’altro che banale e che ha sollecitato chi lo ha incrociato a fissarne il ricordo per sottrarlo all’ultimo gesto, con il quale ha chiuso una parabola esistenziale che avrebbe meritato ben altro sviluppo. Ciao Alvaro.