di Simona Lorenzetti
Corriere di Torino, 14 settembre 2024
L’insediamento del nuovo Pg: massima attenzione a mafia e anarchici. Il tailleur color Tiffany che spunta tra le pieghe della toga racconta che Lucia Musti non ha paura di osare. E non teme di andare controcorrente e raccogliere le sfide, anche le più difficili. Come quella di assumere la guida della Procura generale di Torino, a capo di un distretto che getta lo sguardo su un territorio che comprende il Piemonte e la Valle d’aosta. Lei stessa lo ammette, quando chiarisce che avrebbe potuto rimanere nella comfort zone di Bologna. Ma Torino per lei “è la raccolta di una sfida”, “l’occasione per misurarsi con un’altra Italia”.
Il tailleur color Tiffany che spunta tra le pieghe della toga racconta che Lucia Musti non ha paura di osare. E non teme di andare controcorrente e raccogliere le sfide, anche le più difficili. Come quella di assumere la guida della Procura generale di Torino, a capo di un distretto che getta lo sguardo su un territorio che comprende il Piemonte e la Valle d’aosta. Lei stessa lo ammette, quando chiarisce che avrebbe potuto rimanere nella comfort zone di Bologna - la propria “sede naturale e fisiologica” - che l’ha vista giudice, pm, procuratore capo (di Modena, per la precisione) e per 20 mesi reggente della Procura generale. Ma Torino per lei “è la raccolta di una sfida”, “l’occasione per misurarsi con un’altra Italia, diversa da quella che si conosce”.
Il discorso pronunciato in occasione dell’insediamento è studiato per far emergere le linee guida del proprio mandato. Non è solo questione di semantica, come quando spiega che vuole che ci si rivolga a lei con l’appellativo “procuratore” e non “procuratrice”, “certa di non mancare di rispetto alla storia del femminismo italiano”; ma pure quando sottolinea che a condurla in terra sabauda è “l’amore per il mio Paese, intendo la Repubblica italiana e la Patria, senza timore di essere etichettata per l’utilizzo di questo o quel termine e nell’assoluta libertà di manifestazione del pensiero”. Insomma, Lucia Musti è da oggi il nuovo procuratore generale - succede a Francesco Saluzzo e prima ancora a Gian Carlo Caselli e Marcello Maddalena e, come lei ricorda, lavorerà negli stessi luoghi di Graziana Calcagno e Giulia De Marco -, un ruolo che interpreta con la consapevolezza di dirigere un distretto “trascurato”, al quale “non viene data la giusta importanza”. Un riferimento, neanche tanto sottile, alle croniche carenze di organico del personale amministrativo con cui convivono da anni alcune Procure, a cominciare da quella di Ivrea, la “cenerentola” degli uffici piemontesi.
Davanti a una nutrita platea di invitati - dal presidente della Regione Alberto Cirio al sindaco Stefano Lo Russo, dal presidente dell’ordine degli avvocati Simona Grabbi ai vertici delle forze dell’ordine, fino a don Ciotti - il pg Musti entra nel merito di alcuni punti chiave della politica giudiziaria. Dice no “alla separazione delle carriere” e parla del sovraffollamento nelle carceri, “madre di tutti i mali perché produce morte, illegalità e disapplicazione della carta costituzionale”. E insiste - è il messaggio al governo - che è tempo di fare una “scelta lungimirante, apparentemente di abdicazione del potere punitivo: indulto e amnistia”. Il neo procuratore ha chiara l’agenda e non la spaventa “l’inferno” evocato dall’ex pg Saluzzo nel ricordare che “dietro a questa facciata di perbenismo”, in Piemonte “in troppi sono interessati a fare affari con i clan”. “Massima attenzione sarà riservata ai processi di criminalità mafiosa e ai processi riferibili a gruppi della federazione anarchica e informale e all’antagonismo - chiosa -. Il primo fenomeno è a me ampiamente noto in quanto provengo da una realtà distrettuale che vede gli insediamenti mafiosi ormai consolidati ed inseriti nella società e nell’economia locale. Il secondo, meno noto, mi vedrà parimenti impegnata anche per gli effetti del sovvertimento dell’ordine democratico che ne possono derivare”.











