di Teresa Cioffi
Corriere di Torino, 24 maggio 2026
Nella sala d’attesa di un aeroporto ci sono uomini che salutano qualcuno, o qualcosa, prima di partire. Non hanno nomi, ma portano addosso vite intere: c’è chi fugge da un amore che non regge più, chi lascia il proprio Paese a causa della guerra, chi abbandona un contesto familiare complesso. Si muovono sul palco come sospesi, stretti in un tempo sempre più immobile. Il loro volo continua ad accumulare ritardi e, così, l’attesa si trasforma in un confronto con sé stessi. È questa la scena che prenderà vita sul palco della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, in uno spettacolo interpretato dai detenuti coinvolti nei laboratori teatrali di Teatro e Società.
Una produzione che prende il titolo di “Andarsene. Quando un volo serve a non partire” e che, curata dal regista Claudio Montagna, andrà in scena dal 25 al 28 maggio. Il progetto era stato presentato in anteprima a dicembre, alla Fabbrica delle E, ma in quel caso erano stati coinvolti sia detenuti in esecuzione penale esterna che attori estranei alla realtà carceraria. Questa, invece, è la prima rappresentazione totalmente affidata a chi vive tra le mura del Lorusso e Cutugno: “La parola chiave dello spettacolo è attesa, che è anche una delle condizioni che più caratterizzano la vita in carcere - spiega Montagna.
L’attesa di una telefonata, di una visita, di una risposta, della libertà. Per questo motivo abbiamo immaginato un luogo da dove tutti pensano di dover partire. Eppure, durante lo spettacolo, emerge altro. I personaggi capiscono che forse stavano scappando e che, a volte, andarsene non significa davvero liberarsi”. Nell’attesa, i personaggi si irritano, si accusano a vicenda, sfogano rabbia e frustrazione. “Proprio nel conflitto emerge qualcosa di diverso - dice Montagna.
Si tratta della scoperta di avere fragilità simili. Smettono di cercare la colpa negli altri e cominciano a confrontarsi. Dal confronto nasce la consapevolezza che ognuno di loro, forse, aveva qualche ragione in più per restare”. Lo spettacolo è il risultato di un lavoro laboratoriale che ogni anno prende vita all’interno del carcere torinese. “Si parte sempre dall’improvvisazione. È da lì che escono le idee, dalla struttura generale fino ai dettagli di scena”. Alla fine, in Andarsene. Quando un volo serve a non partire, il desiderio di fuga si incrina: “I personaggi si scoprono meno soli e quel volo che dovrebbe portarli altrove diventa invece l’occasione per fermarsi, guardarsi, capire cosa significhi davvero restare”.











