di Maura Sesia
La Repubblica, 30 maggio 2026
La compagnia Teatro e società diretta da Claudio Montagna porta in scena uno spettacolo dentro il carcere Lorusso e Cutugno. Emozione. Tanta. In platea e sul palco, in questa bella sala nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, il carcere della periferia di Torino dove da 33 anni la compagnia Teatro e Società diretta da Claudio Montagna conduce laboratori teatrali che sfociano in spettacoli aperti al pubblico, con le dovute cautele. Non si decide all’ultimo di vedere uno spettacolo in carcere. Ci si accredita con settimane di anticipo.
Per accedere alla platea si superano cancelli e corridoi, accompagnati dal corpo di polizia penitenziaria che in questo lunedì di maggio ancora non torrido è composto da uomini e donne giovani, gentili, sorridenti. Un brivido nell’attraversare i cancelli. L’inquietudine nel guardare dal cortile le finestre e nello sbirciare, cammin facendo, le pareti, c’è qualche quadro, ci sono le porte del reparto sanitario dove visitano gli specialisti. Ci si perde. Il teatro negli istituti penitenziari è entrato da decenni, ma solo dal 2011 esiste il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, per difendere il valore salvifico dell’attività culturale.
E ai detrattori servirebbe sperimentare questa esperienza, entrare per vedere i detenuti alla prova del palcoscenico. Quanto significa per queste persone, ciascuna con un passato di cui non sappiamo, e non ci interessa. Siamo qui per ascoltare una storia, in cui vanno a confluire tanti e meritori progetti. Due scuole superiori, il Primo Liceo Artistico e l’Istituto Plana, hanno classi di studenti dentro il carcere. Gli interpreti dell’opera andata in scena l’ultima settimana di maggio, “Andarsene? Quando un volo serve a non partire”, sono studenti del Primo Liceo Artistico in esecuzione penale. Persone di ogni età. Alla pièce partecipano anche l’attore Diego Coscia e l’attrice Margherita Data Blin, oltre ad alcuni studenti universitari, di cui una nel ruolo della suggeritrice. La si intravede seduta dietro la quinta a sinistra dello spettatore.
È una figura preziosa perché il tempo delle prove è esiguo e spesso, per svariati motivi, il cast cambia. Un permesso premio, una pena che finisce, un altro impegno di lavoro all’interno. Così, dall’elaborazione del copione, che nasce da numerose suggestioni ma è poi redatto da Claudio Montagna e Diego Coscia, alla distribuzione delle parti e alla messinscena definitiva tante cose possono cambiare e ci si deve adattare. La drammaturgia qui è ambiziosa, ma risente della solida esperienza di teatrante di Claudio Montagna. E dunque tout se tient.
Un contesto tra il concreto e il surreale, una sala d’attesa in aeroporto, arrivano via via curiosi viaggiatori, sono accompagnati da sagome di legno (realizzate dagli studenti del Plana coordinati dallo scenografo Claudio Cantele del Teatro Stabile di Torino), un simpatico addetto alla comunicazione, sostituendo la voce registrata, informa dei ritardi. Sorride, fa dlin dlon e poi cita orari sempre più astrusi sulla partenza di un aereo fantasma che mai partirà. Dlin dlon. I viaggiatori sono casi umani, nella commedia dell’arte sarebbero tipi fissi. C’è chi lascia l’amore. C’è chi lascia il paese. C’è chi vorrebbe lasciare il fratello da cui non si è mai separato. C’è l’odiatore non da tastiera ma de visu che risulta particolarmente simpatico. E l’aereo tarda. E nella sala serpeggia l’aggressività. All’ennesimo avviso scoppia un pandemonio vissuto però al rallentatore. Poi arrivano i politici, quello di qua e quello di là.
Un po’ Ionesco, un po’ Beckett. I politici si insultano ma dicono la stessa cosa ribaltandola e alla fine a telecamere spente si stringono la mano. Già, c’è anche un servizio televisivo. E poi, non si parte ma è come si partisse. Alla scoperta di sé. E qualcuno si emoziona a tal punto da non trattenere le lacrime, qualcuno dice che non ci ha capito niente, qualcuno torna, al paese, all’amore, al fratello. Buio. Luce. Escono prima gli attori. Occhi lucidi, fiato corto, un’emozione forse mai provata, qualcosa di prezioso da conservare, per noi, per loro.










