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di Chiara Comai

La Stampa, 11 aprile 2026

Dietro ogni laurea ci sono docenti volontari. Il polo nel penitenziario: “La Regione ci esenti dal pagare per servizi come mense e trasporti di cui loro non possono fruire”. “Qui non mi sento un individuo da tenere lontano dalla società. Qui, quando studio, quando sostengo un esame, sono solo uno studente universitario. È vero che la conoscenza rende liberi. Non solo: rende uomini, persone migliori”. Ha frequentato gli stessi corsi di laurea delle persone libere, studiando dagli stessi libri di testo con gli stessi programmi. Lui, però, è un detenuto del carcere Lorusso Cutugno di Torino. Uno dei 172 reclusi che hanno scelto di dare un’altra possibilità alla propria vita, di sfruttare il periodo di privazione della libertà nel modo più costruttivo: studiando. Iscrivendosi all’università.

Sorveglianza attenuata - Il suo nome non si può dire per privacy, ma le sue parole arrivano chiare nell’aula magna del Padiglione E, quello a sorveglianza attenuata, dove le celle restano aperte, ci sono i pc a disposizione e c’è anche una libreria dove concentrarsi e studiare in silenzio. Nella sezione dedicata al Polo universitario penitenziario, con lui, ci sono altri 22 detenuti che risultano immatricolati all’università. Gli altri si trovano negli altri padiglioni, a seconda della pena a cui sono sottoposti.

Boom di iscritti - A prescindere dalla condizione detentiva, la novità è che negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom di iscritti: a oggi sono 172. Nel 2019 erano appena 46. “Per noi fanno parte della comunità di UniTo esattamente come gli altri studenti” è ua delle prime cose che dice la rettrice Cristina Prandi all’inaugurazione dell’anno accademico penitenziario. E rilancia: “Ci impegneremo ad ampliare il numero di corsi e di studenti”.

I corsi più gettonati - A oggi, i detenuti - tra coloro che sono già diplomati, si intende - possono scegliere tra 22 corsi di laurea. I più gettonati sono Giurisprudenza, Scienze politiche, Dams, Storia. Da due anni è stata introdotta anche la laurea in Scienze motorie: è molto gettonata perché consente, poi, di avere un titolo “professionalizzante”, cioè subito spendibile nel mondo del lavoro. D’altronde, il reinserimento nel mondo lavorativo è uno degli obiettivi principali di chi iscrive. Per la vice sindaca Michela Favaro è “un impegno di tutte le istituzioni”. Parole che si aggiungono all’appello del sindaco Lo Russo di qualche giorno fa, in cui aveva ribadito la necessità di investire di più nei processi di rieducazione civica, sottolineando come a Torino il numero di recidive sia più alto che altrove proprio per mancanza di opportunità all’interno del carcere. Scienze motorie conta già 23 iscritti. Uno di questi è Massimo, 45 anni, che l’ha scelta come seconda laurea. La prima? Giurisprudenza. Per imparare i linguaggi della legge, capire di cosa parlano gli avvocati. Lui adesso, dopo aver studiato falegnameria e anche Scienze motorie, Giurisprudenza la consiglia a tutti.

I laureati - Ogni anno in media si laurea una decina di persone, al netto dei trasferimenti. Ci sono stati casi in cui l’Università ha seguito il percorso di qualcuno anche in altre carceri, pur di non vanificare tutti gli sforzi. E c’è chi ha scelto di concludere gli esami e laurearsi anche dopo aver scontato la pena. “Ogni laurea ottenuta qui è una fatica”, dice Rocco Sciarrone, delegato della rettrice per il Polo universitario penitenziario.

L’appello alla Regione - Dietro ogni singolo titolo ci sono docenti volontari - ma presto le ore di lezione verranno riconosciute come didattica “normale” pagata -, trasferimenti, difficoltà personali. Ed è in questo contesto che lancia un appello alla Regione Piemonte: “Che prenda la decisione politica di esentarci dalle tasse sui detenuti”. Perché per ogni immatricolato, l’università deve versare una quota per i servizi destinati agli studenti. “Sono circa 35 mila euro per servizi di cui i detenuti non possono usufruire, come la mensa o i trasporti” spiega Sciarrone. Da qui la richiesta di esonero. “È una cifra piccola per il bilancio regionale, mentre a noi consentirebbe di pagare dei tutor in più che farebbero la differenza”. Quelle tasse rappresentano il 25% dei fondi- aumentato negli anni- che Compagnia di San Paolo ha stanziato per questo progetto. La richiesta, già presentata dal Pd e bocciata, ma potrebbe tornare sul tavolo della nuova assessora