di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 21 luglio 2026
Avrebbe aderito anche il grande giurista Piero Calamadrei all’iniziativa di “Alleanza per l’Articolo 27”, una rete di cui fanno parte 19 organizzazioni della società civile, tra cui il Gruppo Abele e Libera, che martedì 14 luglio ha organizzato in 37 carceri italiane visite con oltre 350 rappresentanti di istituzioni, università e cultura per portare all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni catastrofiche dei penitenziati nostrani. Calamandrei, padre costituente, già nel 1948, intervenendo sulla previsione di spesa del ministero di Grazia e Giustizia, entrando dentro le carceri ne denunciò la situazione drammatica.
Ecco le sue parole “Le carceri italiane, cimitero dei vivi. Erano così cinquant’anni fa, sono così oggi, quasi immutate. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto”. E 78 anni dopo, lo scenario che si è presentato a chi è entrato nelle galere dell’Italia del 2026 con gli attivisti di “Allenza per l’Articolo 27”, non è molto diverso dai tempi di Calamandrei: oggi i detenuti reclusi nelle 190 carceri italiane sono 64.695 ma i posti realmente disponibili sono 46.228, con un tasso di affollamento su base nazionale del 140% che in alcuni casi è addirittura del 250% in strutture obsolete, con celle con letti a tre piani senza ventilatori né frigoriferi, spazi per l’ora d’aria privi d’ombra, carenza di locali per attività formative, aggregative e formative per non parlare della cronica carenza di agenti penitenziari, educatori, personale amministrativo e medico-sanitario.
Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele invitato a visitare il carcere milanese di Opera ha richiamato l’attenzione sulle alternative alle pene detentive sottolineando che in molte situazioni la carcerazione dovrebbe essere “l’extrema ratio”: “Ci si chiede quale sia, in alcuni sistemi di legge, come quelli sulla tossicodipendenza e sui migranti, che poi sono le quote che riempiono di più le nostre carceri, il senso di tutto questo. Ci si chiede quali altre strade o alternative possono essere realizzate” ha detto don Ciotti. “Siamo noi che diventiamo prigionieri dei nostri pregiudizi e della mancanza di conoscenza di cosa voglia dire oggi il problema delle carceri in Italia”.
Anche il carcere di Torino “Lorusso e Cutugno” rientrava delle visite di “Alleanza” con quello di Asti e di Biella: la delegazione torinese era composta, tra gli altri, dal vicesindaco di Torino Michela Favaro, dall’ex garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, da Cgil, da alcuni rappresentanti di Antigone e del Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) tra i promotori dell’iniziativa. La delegazione ha incontrato la direzione, la polizia penitenziaria, le persone detenute e “dalla visita è emerso un quadro di forte affaticamento del sistema penitenziario, segnato da un sovraffollamento estremamente significativo e da diffuse criticità organizzative e strutturali” spiegano gli attivisti. In particolare, la delegazione ha riscontrato un grave sovraffollamento, con circa 1.500 ristretti (il 42% stranieri spesso in situazione irregolare) per una capienza regolamentare di circa mille posti.
Molto elevata la presenza di giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, molti dei quali provenienti dal circuito penale minorile e con problematiche psichiatriche o di dipendenza. Mancano inoltre 200 agenti penitenziari e sono soltanto 18 gli educatori che seguono 100 reclusi ciascuno. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e il Presidente della Repubblica Mattarella, in diverse recenti occasioni hanno sottolineato la totale disumanità delle attuali carceri del nostro Paese. Non si tratta, hanno detto, di una emergenza, ma di una situazione ormai stabile e quindi doppiamente grave. Per non parlare del fenomeno doloroso dei suicidi, sia nella popolazione ristretta che tra gli operatori della Polizia Penitenziaria: sono 33 le persone che si sono tolte la vita dietro le sbarre dall’inizio dell’anno.
“Le condizioni attuali assumono particolare gravità se confrontate con l’articolo 27 della nostra Costituzione dove si legge che lo scopo delle pene deve tendere alla rieducazione del condannato. Si noti che non si parla nemmeno specificamente di detenzione carceraria. Si parla di giustizia rieducativa e non semplicemente punitiva o peggio ancora vendicativa” commenta fra’ Beppe Giunti, francescano, volontario nella sezione dei collaboratori di giustizia del “Lorusso e Cutugno”. E aggiunge: “Una parola luminosa e potente, ‘speranza’, deve far seguito a questa iniziativa che si spera abbia risonanza nell’opinione pubblica per sfatare i luoghi comuni che chi commette un reato sconta la pena in strutture che somigliano ad alberghi.
Avere un sistema carcerario che attraverso operatori preparati e progetti formativi seri accompagna i ristretti ad un nuovo stile di vita vuol dire guardare avanti con speranza. Uscire da uno stato più o meno grave di criminalità e passare ad un progetto di vita, concreto, semplice e legale vuol dire respirare la speranza.
Le carceri devono - non dovrebbero - essere luoghi dove l’espiazione legittima di una pena si incrocia con la speranza in un futuro possibile, diverso, onesto. Aggiungiamo, tornando all’articolo 27 della Costituzione, che la detenzione non è l’unico strumento punitivo/rieducativo, anzi deve essere lo strumento adatto a situazioni estreme, particolari, valutato con saggezza dalla Magistratura. Comunità di recupero, cooperative sociali, affidamento a soggetti del Terzo Settore, sono tutte opportunità per avviare a concreti futuri di speranza chi ha commesso reati”.










