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di Giada Lo Porto

La Repubblica, 28 maggio 2026

Un quindicenne è stato legato a una sedia minacciato e ustionato con le sigarette: la procura indaga anche su eventuali falle nella sorveglianza. Un ragazzino di 15 anni è stato torturato, per diversi giorni, in carcere da due coetanei. È accaduto tra le mura dell’istituto penale per i minorenni “Ferrante Aporti” di Torino, un luogo che dovrebbe essere presidiato, protetto e sicuro. Il quindicenne, entrato nella struttura il 2 aprile scorso per una vicenda legata alla droga, ha vissuto giorni di inferno. Ne è uscito l’8 aprile, traumatizzato. Poco più di una settimana di detenzione scandita da percosse, minacce di violenza sessuale e atti di crudeltà gratuita.

A seviziarlo - secondo l’accusa - sarebbero stati i due minorenni che dividevano con lui la stanza: un giovane di origini romene cresciuto a Genova e un altro nato in Italia da famiglia sudamericana.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, quei giorni in carcere per il ragazzino sono diventati un calvario fatto di violenze fisiche, umiliazioni psicologiche e terrore puro, in un contesto dove il concetto di protezione è stato svuotato di significato. La vittima, costretta in un angolo, avrebbe subito schiaffi e bruciature di sigaretta sul corpo: la pelle gli sarebbe stata marchiata con dei segni a zebra, indice visibile di una “sottomissione psicologica” che per l’accusa mirava ad annientare ogni residuo di dignità umana. “Devi stare fermo”, “devi stare legato”, “devi stare zitto”. Ordini impartiti con una ferocia sproporzionata. Chi conosce la vicenda e la racconta parla di “violenza e crudeltà inaudita”.

Il ragazzo, terrorizzato e annichilito dalla paura, inizialmente è rimasto in silenzio. Il terrore di ritorsioni immediate era più forte di qualsiasi istinto di autoconservazione. Poco dopo però, ha trovato il coraggio di confidarsi con il suo avvocato. La denuncia ha fatto scattare l’intervento della procura dei minori. La procuratrice Emma Avezzù ha ha gestito il fascicolo con estrema cautela dettata dalla sensibilità dei fatti, consapevole della gravità senza precedenti di quanto accaduto. Il gip, accogliendo le richieste dell’accusa, ha disposto una misura restrittiva: ai due aggressori, già detenuti, è stato contestato il reato di tortura. Si tratta di una fattispecie di estrema gravità, raramente invocata in contesti che vedono protagonisti detenuti - soprattutto minorenni - ma che in questo caso è stata ritenuta l’unica definizione giuridica adeguata alla brutalità degli atti commessi all’interno del carcere minorile.

I due ora rispondono di due distinti titoli di reato - quello per cui erano dentro e la tortura - una “blindatura” che garantisce la loro permanenza dietro le sbarre. Sui fatti avvenuti ad aprile finora è stato mantenuto il massimo riserbo, per la delicatezza del caso, la giovane età della vittima e il suo stato di fragilità. Filtra da fonti investigative che sarebbero state acquisite le immagini delle telecamere di videosorveglianza per capire come sia stato possibile che, in una struttura dove la vigilanza dovrebbe essere costante, nessuno si sia accorto di quanto accadeva tra quelle mura. L’istituto è diretto da Simona Badame, il comandante della polizia penitenziaria è Giovanni Battista Alberotanza.

Gli accertamenti sono in corso: si cercano riscontri, si acquisiscono video, si scava nel quotidiano di una struttura che oggi appare in forte affanno. Da quanto filtra da fonti interne all’istituto, il clima al Ferrante Aporti sarebbe da tempo difficile, teso. Si parla di una “tensione strisciante” tra il personale e di un “codice del silenzio” - spiega a Repubblica una fonte - “imposto e dettato dalla paura”, che avrebbe impedito alle voci di chi operava nella struttura di arrivare fuori. Il carcere - spiegano voci interne - per un ragazzo di quindici o sedici anni che arriva “rappresenta sempre una frattura”. Ma è lì dentro che le violenze sarebbero state “ripetute”, in uno spazio di convivenza che “si è rivelato una trappola”. Non sarebbero emersi ulteriori episodi ai danni di altri giovani detenuti. Ma il caso è delicato e altri accertamenti sono in corso.

Il quindicenne, dopo la denuncia, ha lasciato il carcere beneficiando di una misura alternativa. È fuori, lontano dal luogo dove ha vissuto giorni terribili, ma i segni di quel trauma - fisico e soprattutto psicologico - restano profondi. Vittima anche della paura e dell’umiliazione di sentirsi completamente in balia di due coetanei che, in quello spazio ristretto, hanno esercitato un potere assoluto, trasformando la coartazione psicologica in un’arma per annichilire un ragazzino come loro.