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di Elisa Sola

La Repubblica, 15 aprile 2024

Luca Guglielminetti, membro del pool di esperti e ambasciatore per l’Italia del Ran (Radicalisation awareness network) della Commissione europea, suggerisce subito un intervento in comunità. “Il caso Halili è il frutto del mancato percorso legislativo italiano rispetto alle politiche di prevenzione della radicalizzazione in Europa. Occorre che gli attori istituzionali, a partire dal prefetto e dal sindaco, permettano ora a questo ragazzo, che può essere recuperato, di entrare in una comunità. Serve un atto di volontà politica”.

Il primo ideologo dello Stato islamico in Italia, condannato a sei anni e sei mesi per terrorismo dal tribunale di Torino. Halili ha finito di scontare la pena sei mesi fa. Da allora vive come un senza tetto, accampato in zona Parco Dora. Originario del Marocco, viveva a Lanzo prima dell’arresto del 2018. Halili è diventato noto a livello internazionale per la sua intelligenza e la sua abilità, come “filosofo dell’Isis” a fare proselitismo. Era in grado di persuadere e addestrare i futuri combattenti pronti a partire per la Siria.

Luca Guglielminetti, perché ritiene urgente la presa in carico di Halili?

“Il peggioramento della salute mentale di Halili, che è recente e dovuta alla sua detenzione in regime di isolamento, è una criticità. Inoltre il fatto che viva come un senza tetto non aiuta. Più vive ai margini, e più peggiora il quadro patologico, e maggiori sono i rischi. La comunità è un primo intervento emergenziale, a livello sociale e psicologico, dove possono intervenire neuropsichiatri, operatori sociali ed educatori che lo riassestino. Dopo, si potrà intervenire con l’attività di de radicalizzaione. E lui potrà scegliere se restare in Italia o tornare in Marocco”.

A cosa serve la permanenza in comunità?

“Nel caso specifico di Halili, la componente ideologica è molto forte. Dunque un intervento d’emergenza di questo tipo serve a placarlo dal punto di vista comportamentale. Halili non era un violento prima dell’arresto, lavorava a livello teorico. Non ha mai combattuto. Faceva proselitismo. Adesso c’è da fare un intenso lavoro di narrativa della sua vita, di analisi della sua biografia, delle sue capacità di comunicare. Dobbiamo permettergli di ricostruire un’immagine della sua vita, proiettata verso un futuro diverso”.

Cosa significa?

“‘È un lavoro che non deve implicare per forza che diventi un non islamico. De radicalizzare una persona significa, nel caso di Halili, che lui dopo questo tipo di lavoro può restare un islamico, e anche un islamico fondamentalista, se lo vuole, ma è importante che accetti una vita sociale in comunità senza commettere reati e senza teorizzare l’uso della violenza. L’obiettivo dei progetti di de radicalizzazione non è cambiare le idee politiche delle persone, ma insegnare loro a sapere restare nella società senza commettere reati, pur senza cambiare idea”.

Lei è ottimista riguardo al futuro di Halili?

“Sì. È un ragazzo che può essere re inserito, dopo un lavoro di un certo tipo, nella società, o italiana o marocchina. Ma ci va un impegno maggiore di prefettura e Città di Torino per trovare una soluzione. La sua situazione non può più attendere. Il caso Halili è il perfetto esempio di come un ragazzo che non ha commesso reati di sangue, e che ha scontato una pena grave, ora sia solo perché è mancato di fatto un percorso di de radicalizzazione strutturato sui modelli delle politiche europee.Ma noi abbiamo un problema legislativo, come Paese”.

In che senso?

“L’Italia non ha una legge che preveda politiche di recupero e di re inserimento sociale per i terroristi. Il massimo esperto legislativo sul terrorismo, Stefano D’Ambruoso, che aveva indagato il fenomeno già prima dell’undici settembre, e che poi entrò in parlamento, aveva in mente una norma. E aveva attivato, anticipando le direttive europee dell’antiterrorismo del 2016, un iter legislativo in Italia. Ma la legge non è mai passata, si è arenata in Senato per due volte, in due legislature differenti. È da 12 anni che come membro del Ran mi batto per promuovere queste politiche. L’Italia è l’unico paese che non ha politiche europee in materie di prevenzione”.

Quali sono gli interventi urgenti da fare adesso per recuperare Halili?

“Va innanzitutto sbrogliata la matassa burocratica. Da quando è uscito dal carcere Halili ha perso la cittadinanza italiana. Ma non ha i documenti marocchini e quindi non può essere rimpatriato. Dopo il carcere la sua salute mentale è deteriorata. Resta in un limbo quindi. E chi lo aveva seguito in carcere, nel percorso di de radicalizzazione, è stato lasciato solo. Come Ran, ho proposto in prefettura, lo scorso febbraio, l’inserimento di Halili in una comunità. Ma tutto è rimasto fermo poi. Ora serve una presa in carico istituzionale e politica”.